Ancora per la serie “uccidiamo lo zeitgeist”, ecco il cinno canterino che sta prendendo il posto di Jonas Brothers e Miley Cyrus. L’ultimo ritrovato del pop disneyano insomma, anche se in questo caso la Disney non ha colpe ed anzi con lui non c’entra proprio nulla. Justin Bieber è partito dal popletariato: se ne stava lì con la mamma nella sua cameretta dell’Ontario ad inserire canzoncine del cazzo su youtube, poi ha avuto tipo un milione di miliardi di contatti (o un miliardo di milioni, non saprei) ed è stato notato dall’altro e più famoso Justin. Un marketing molto viral e socialcool dunque, proprio l’ideale per questa…
Il Vaticano riabilita gli U2, Pitchfork riabilita Lady Gaga, Sarkozy vuole mettere una tassa su google e il governo italiano (per non essere secondo a nessuno nella playlist della demenza) se ne inventa una sull’intero settore hi-tech (telefoni cellulari, computer, lettori mp3 eccetera) con cui finanziare la Siae. Come inizio dell’anno non c’è male. Si direbbe quasi che l’unico modo per stare al passo coi tempi, sia sfoderare qualche trovata così fuori tempo e fuori luogo che ormai nessuno ci pensava più. Qualche settimana fa, per dire, è stata pubblicata la sentenza di condanna a cinque mesi di carcere per un immigrato marocchino trovato in possesso…
“L’entusiasmo è bello”. Carlo Pastore è un entusiasta dell’entusiasmo, un entusiasmista integrale, e da qualche giorno porta il suo entusiasmismo anche sul secondo canale della radio di Stato dove il suo programma ha preso il posto del troppo raffinato Condor. Del resto Traffic non corre certo il rischio di intellettualismo; anzi per sicurezza il conduttore si fa affiancare da una certa Brenda Lodigiani, che si occupa di autoironizzare sulla patente vacuità del programma. Insomma Carlo & Brenda sono una coppia di simpatici ragazzi che mimano i simpatici meccanismi comunicativi dei simpatici ragazzi di oggi – la milanesotta acidina e finta stupida vs. il frangetta presunto cool – fra battutine…
Che il mainstrindie non sia soltanto una pippa mentale elaborata da toghe rosse e critici estremisti, lo dimostra una sorprendente metaclassifica elaborata in questi giorni da Matthew Perpetua (e già segnalata da Polaroid). Perpetua – che estremista certo non è mai stato – ha riportato i dati di vendita per l’anno 2009 degli album entrati nella famigerata Top 10 di Pitchfork; con cifre che vanno dalle 19000 copie dei Girls alle 205k dei Phoenix. Roba da poco, si dirà. E allora guardate un po’ quanto hanno venduto i Gossip, con tutte le loro chiacchiere e personaggio e copertine: 19000 anche loro, tanto quanto i Girls. E Lily Allen,…
Mentre aspettavo pazientemente in stazione il frecciarossa ritardatario, meditando su chi saranno i personaggi più spintonati del 2010, i miei occhi si sono imbattuti su una fila di cartelloni che dicevano semplicemente: “Per l’alternativa.”. Non fosse stato per la faccia del Segretario della sezione di Zocca Pierluigi Bersani che sovrastava la scritta, avrei potuto benissimo essere d’accordo. “Alternativa” è un concetto assai più potente di “opposizione”: perché la implica, la contiene, ruba all’avversario il ruolo di protagonista relegandolo ai margini del proprio mondo. Tuttavia, sappiamo bene come in questo decennio (o meglio quindicennio) sia diventato sempre più difficile identificare – in politica, come nella musica, o in qualunque ambito sociale ed…
È sempre più evidente che c’è un preciso network criminale che alimenta da anni la spirale dell’hype. Ma non bisogna fermarsi a questa banale constatazione: dobbiamo cercare di capire come funziona questa spirale, prima di poter (eventualmente) arrestarla. Cominciamo dunque col dire che nel sistema musicale c’è un aspetto di contenuto ed un aspetto di relazione: il primo coincide con il ‘fatto’ musicale vero e proprio, il secondo con il rapporto che viene a costituirsi fra l’artista e il pubblico.
E il giornalismo, come le altre figure di mediazione, contribuisce proprio a determinare questa relazione. Dove sta il problema, dunque? Immagino che qui ognuno abbia una sua idea sul perché le cose…
L’avvento imminente di Emily Howell, il “primo software in grado di produrre musica classica originale”, ha inevitabilmente diviso gli animi. Infatti l’idea stessa di un musicista artificiale, dotato di una “creatività” almeno simile a quella umana, è eticamente controversa: figuriamoci dunque che reazioni poteva suscitare la sua attuazione pratica. Fra tutte però mi ha colpito quella di Mark Lawson, che sul Guardian ha citato addirittura JD Salinger – “reading a really good book makes you want to phone up the author” – per negare la possibilità stessa che una macchina possa produrre musica (o in generale, qualcosa di creativo). Se l’autore è artificiale – spiega Lawson – sai…
La serata speciale di CheTempoCheFa dedicata alla musica “classica” ha riscosso consensi più o meno unanimi (almeno fra quei quattro gatti che l’hanno vista). E in effetti per buona parte il programma è stato speciale sul serio, non per il conduttore ovviamente ma per la lezione di filosofia musicale offerta da Daniel Barenboim – uno dei pochi in assoluto che sanno parlarne senza cadere nella banalità, né andarsi a nascondere dietro i paroloni da intellettuali. Barenboim non era però l’unico ospite. Ad affiancarlo si sono aggiunti prima Claudio Abbado, e quindi Maurizio Pollini: rinomato pianista che ebbe un ruolo significativo nelle avanguardie “colte” durante i decenni ‘60-‘70, ed oggi…
A proposito dell’ultima notoria copertina di Rollingstone, pare che nessuno abbia notato (o forse è sfuggito a me, che comunque ho letto solo a spizzichi) l’aspetto più ovvio della polemica: vale a dire che essa ha preso subito la forma di uno scontro fra chi su quella rivista ci scrive, e chi no. I primi tendono ad assumere spontaneamente – chi più chi meno – il ruolo di avvocati difensori dell’operazione: e come tali intenti a persuadere più che a investigare. Certo ve ne sono di molto bravi, convinti e dunque convincenti. Ma possiamo chiedere a un avvocato di essere sincero o di trovare dei motivi di colpevolezza nell’imputato? Non…
“E’ stata Repubblica a rovinare tutto”.
Grande. Se lo dici tu, siamo già arrivati al punto della questione: del perché il giornalismo musicale, in Italia, sia diventato quello che è (o meglio, quello che non è). Dell’inganno a fin di bene, del trucchetto semantico, della giustificata bugia per instradare il lettore alla Buona Musica.
Della costruzione del musicista-personaggio, entità mitologica della quale mai viene raccontato il suo essere musicista e sempre il suo essere personaggio; e preferibilmente tramite il glamour della fotografia, così si evita l’inutile sforzo della comunicazione verbale. Siamo d’accordo: c’è una distanza sbagliata fra noi e il musicista. Anzi, lo sai cosa ti dico? Non dovrei essere io…
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