February 7th, 2010

Il galateo della rockstar

Nella religione islamica, chi fa musica si trova generalmente ai gradini più bassi della scala sociale. Nelle interpretazioni particolarmente rigide, la musica è addirittura vietata. Eppure, Maometto non si pronunciò mai esplicitamente contro di essa: anzi, nelle sacre scritture si racconta di almeno una occasione nella quale il Profeta si trovò ad ascoltare volentieri un gruppo di ragazze che cantavano. C’è un altro passaggio, però, in cui gli “strumenti musicali” vengono accostati sprezzantemente all’alcol: che per il buon fedele, si sa, è vietatissimo.

Perché dunque il canto sì e gli strumenti no? L’interpretazione più probabile sembra quella per cui il problema non fosse la musica in sé quanto i comportamenti che eventualmente si associavano ad essa. All’epoca di Maometto i musicisti praticavano infatti assai spesso uno stile di vita considerato immorale, e la condanna riservata al loro stile di vita finì dunque per investire la musica stessa.

Questo avveniva ovviamente molto tempo fa, nelle società arcaiche, prima che gli esseri umani imparassero a distiguere i comportamenti personali dalle attività artistiche.

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January 31st, 2010

Stalking Salinger

Il nemico pubblico numero 1 della critica musicale (anzi, della critica, anzi, del mondo civilizzato) si chiama biografismo. Il biografismo è la faccia presentabile del gossip, l’anello di congiunzione tra il buco della serratura e la cultura, insomma per farla breve è il buco della cultura. E dentro questo buco si trova un po’ di tutto, dalle indagini parastoriche sulle bizze di Beethoven fino all’infimo livello degli autospettegolamenti di Carmen Consoli su Vanity Fair (quest’ultimo gradino si chiama “prestarsi al gioco”, ma il verbo è un eufemismo).
Naturalmente, oh, il biografismo esiste perché i lettori lo vogliono. O meglio: i fans lo vogliono. Perché quando si divinizza un artista, la sensazione di entrare in contatto “terreno” con lui – ovvero con ciò che fa e dice la forma umana, in carne ed ossa, del dio – è evidentemente un desiderio supremo. O più modestamente, come diceva Salinger, “reading a really good book makes you want to phone up the author”: e sarebbe venuto da rispondergli “senti chi parla”, però aveva ragione. Del resto la psicologia del fan è molto più interessante di quella dell’autore: perché studiare quest’ultima serve più che altro a normalizzarla, sminuirla, mostrarla nelle banalità della vita quotidiana (essendo la straordinarietà contenuta nelle opere, non nella persona); mentre quella del fan è a contatto con l’Assoluto, magari in maniera non razionale e pure un po’ patologica, ma allo stesso tempo con un’intensità che ha pari solo nella stessa creazione artistica.
Ma il fan resta un male, perché è egoista. E’ incapace di dare. Tiene la sua passione tutta per sé, la riceve passivamente, e diciamolo, quando prova ad estrinsecarla o evangelizzarla si rende soltanto patetico oltreché molesto. E a questo proposito, il nuovo libro di Nick Hornby non è mica così stupido come presumevo che fosse (ricordo che la parziale lettura di Alta Fedeltà è stata per me un’esperienza irritante come poche altre). Più che altro nei primi capitoli di Juliet Naked, a dire il vero, l’ossessione di Duncan per il songwriter Tucker Crowe viene indagata con una sottile perfidia: defraudandola a poco a poco degli intellettualismi, fino a mostrarla in tutta la sua perversa vacuità. E trattandosi di musica immaginaria, la storia assume inevitabilmente il carattere di una riflessione filosofica su biografismo e fandom nell’era del web. Anche se per la verità ho ancora qualche dubbio su dove voglia andare a parare: in fin dei conti, è pur sempre Nick Hornby.

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January 24th, 2010

La mia vita secondo Justin Bieber

Ancora per la serie “uccidiamo lo zeitgeist”, ecco il cinno canterino che sta prendendo il posto di Jonas Brothers e Miley Cyrus. L’ultimo ritrovato del pop disneyano insomma, anche se in questo caso la Disney non ha colpe ed anzi con lui non c’entra proprio nulla. Justin Bieber è partito dal popletariato: se ne stava lì con la mamma nella sua cameretta dell’Ontario ad inserire canzoncine del cazzo su youtube, poi ha avuto tipo un milione di miliardi di contatti (o un miliardo di milioni, non saprei) ed è stato notato dall’altro e più famoso Justin. Un marketing molto viral e socialcool dunque, proprio l’ideale per questa specie di hippop alla camomilla – che poi è forse più una tisana digestiva, considerando l’effetto.

Comunque ci possiamo certamente tutti riconoscere nei ritornelli che compongono le otto canzoni del suo ep My World, ritrovando in essi delle parti della nostra vita: “Girl you’re my one love, my one heart / My one life for sure / Let me tell you one time” (One Time); “You’re my favorite, my favorite, my favorite, my favorite girl” (Favorite Girl); “So it’s up to you and it’s up to me / That we meet in the middle on our way back down to Earth / Down to Earth, down to Earth…” (Down To Earth); “I was a player when I was little / But now I’m bigger, I’m bigger…” (Bigger); “Oh no / I saw so many pretty faces / Before I saw you, you / Now all I see is you” (One Less Lonely Girl); le ultime tre non le cito perché mi sono stufato, ma il panorama dovrebbe essere chiaro.

Oltre al male della banalità, in queste ballate si trova ripetuta ossessivamente l’equiparazione tra la girlfriend e il successo: lei è di volta in volta la sua “number one”, la “star of the show” eccetera, insomma dietro l’amore teenageriale si malnasconde quello che sembra essere il vero oggetto del desiderio. E tutto questo viene assemblato con una ingenuità musicale imbarazzante, ma in fondo è meglio così: almeno si mostra subito per quello che è, facendo sembrare Lady Gaga un genio al confronto.

In effetti il Mainstrindie, questo enorme mostro musicalmediatico che sembra comprendere tutto, non comprende tutto. C’è qualcosa alla sua sinistra, e qualcosa alla sua destra. Justin Bieber è alla sua estrema destra.

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January 17th, 2010

Lady Craxi

Il Vaticano riabilita gli U2, Pitchfork riabilita Lady Gaga, Sarkozy vuole mettere una tassa su google e il governo italiano (per non essere secondo a nessuno nella playlist della demenza) se ne inventa una sull’intero settore hi-tech (telefoni cellulari, computer, lettori mp3 eccetera) con cui finanziare la Siae. Come inizio dell’anno non c’è male.
Si direbbe quasi che l’unico modo per stare al passo coi tempi, sia sfoderare qualche trovata così fuori tempo e fuori luogo che ormai nessuno ci pensava più. Qualche settimana fa, per dire, è stata pubblicata la sentenza di condanna a cinque mesi di carcere per un immigrato marocchino trovato in possesso (nel 2002) di una quarantina di cd taroccati: musica e videogiochi che non avevano il bollino Siae, quello che serve al cosiddetto “equo compenso” degli artisti – ovvero a pagare la pensione miliardaria dei Morricone e dei Celentano. E poi dicono che la giustizia non funziona.
Ma si è mai visto uno spirito dei tempi sfigato come il nostro? Praticamente, siamo al paradosso di uno zeitgeist anacronistico. In uno, vabbè, sei uno. In due siete già “spirito dei tempi”. Ma non è colpa sua eh, io credo che ad un certo punto lo spirito dei tempi si sia dato alla latitanza perché era stufo di farsi “cogliere” qua e là da telegiornali/film/webzines a loro uso e consumo. Anzi forse lo zeitgeist non c’è nemmeno più: si è ucciso per la vergogna, quando si è sentito associare al signore che costruì Tangentopoli. C’era già passato negli anni ‘80. Due volte era troppo anche per lui.

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January 10th, 2010

La radio pastorizzata

“L’entusiasmo è bello”. Carlo Pastore è un entusiasta dell’entusiasmo, un entusiasmista integrale, e da qualche giorno porta il suo entusiasmismo anche sul secondo canale della radio di Stato dove il suo programma ha preso il posto del troppo raffinato Condor. Del resto Traffic non corre certo il rischio di intellettualismo; anzi per sicurezza il conduttore si fa affiancare da una certa Brenda Lodigiani, che si occupa di autoironizzare sulla patente vacuità del programma. Insomma Carlo & Brenda sono una coppia di simpatici ragazzi che mimano i simpatici meccanismi comunicativi dei simpatici ragazzi di oggi – la milanesotta acidina e finta stupida vs. il frangetta presunto cool – fra battutine e frecciatine e notiziole curiose.

Alla fine ricorda un po’ Ciao Belli, solo che non fa ridere, e in cambio degli schizofrenici battibecchi tra i due ggiovani passa la Buona Musica pastorizzata: ovvero le canzoncine di gente come Spoon, Peter Bjorn & John, Ok Go eccetera. Un altro passo avanti per la causa del mainstrindie, per la quale il dj è disposto a sacrificare tutto (già da prima che esistesse il mainstrindie, peraltro).
Allora cosa ci dice l’avvicendamento fra Sofri e Pastore? E’ più importante la “qualità” della musica o quella delle chiacchiere? Almeno per chi decide i palinsesti, non ci sono dubbi: una musica più targettizzata è comunque preferibile a chi fa un discorso appena intelligente. E non è vero che questa dittatura della stronzata, di fronte alla quale resistono ormai ben poche sacche di resistenza nel sistema radiotelevisivo, sia inoffensiva. Tutt’altro, e non perché si debba per forza parlare di politica o di cose serie: il problema è più in generale la scomparsa delle Idee, o meglio il fatto che nell’Italia dell’amore esse siano costrette a nascondersi peggio che un nigeriano in Calabria. E del resto è proprio grazie alla loro mancanza, che i sentimenti identitari della peggior specie stanno prosperando alla grande.

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