Nella religione islamica, chi fa musica si trova generalmente ai gradini più bassi della scala sociale. Nelle interpretazioni particolarmente rigide, la musica è addirittura vietata. Eppure, Maometto non si pronunciò mai esplicitamente contro di essa: anzi, nelle sacre scritture si racconta di almeno una occasione nella quale il Profeta si trovò ad ascoltare volentieri un gruppo di ragazze che cantavano. C’è un altro passaggio, però, in cui gli “strumenti musicali” vengono accostati sprezzantemente all’alcol: che per il buon fedele, si sa, è vietatissimo.
Perché dunque il canto sì e gli strumenti no? L’interpretazione più probabile sembra quella per cui il problema non fosse la musica in sé quanto i comportamenti che eventualmente si associavano ad essa. All’epoca di Maometto i musicisti praticavano infatti assai spesso uno stile di vita considerato immorale, e la condanna riservata al loro stile di vita finì dunque per investire la musica stessa.
Questo avveniva ovviamente molto tempo fa, nelle società arcaiche, prima che gli esseri umani imparassero a distiguere i comportamenti personali dalle attività artistiche.


