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	<title>Complottoemezzo &#187; Weekly Column</title>
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	<description>Chi paga per i peccati del Mainstrindie?</description>
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		<title>Pubblico e privato</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Mar 2010 10:00:33 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Tra le tante cose buone portate dalla Rivoluzione Francese, ce ne sono almeno un paio di dubbia utilità: la ghigliottina e il diritto d’autore. Ma se la prima è stata ben presto sostituita da strumenti più efficaci, il secondo è tutt’oggi alla base del nostro sistema culturale ed artistico. E a torto siamo abituati a considerarlo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tra le tante cose buone portate dalla Rivoluzione Francese, ce ne sono almeno un paio di dubbia utilità: la ghigliottina e il diritto d’autore. Ma se la prima è stata ben presto sostituita da strumenti più efficaci, il secondo è tutt’oggi alla base del nostro sistema culturale ed artistico. E a torto siamo abituati a considerarlo unicamente in rapporto allo sfruttamento economico delle opere, che è in realtà il suo aspetto meno significativo. Ben più importante è infatti la proprietà <em>morale</em> su ciò che l’artista crea: il diritto, insomma, a disporne come vuole, incluso quello a distruggere l’opera o mantenerla inedita.</p>
<p><span id="more-2114"></span></p>
<p>Grandi dilemmi, per esempio, sta suscitando in questi giorni l’uscita dell’ennesimo album inedito di Jimi Hendrix. Molti commentatori si chiedono: è “giusto” raschiare il fondo del barile, rovistare tra gli scarti come tombaroli a caccia delle reliquie di un santo? E’ questo &#8220;ciò che lui avrebbe voluto&#8221;? E una questione simile si sta ponendo in Francia con l’uscita di uno spot volgarotto che utilizza un vecchio spezzone televisivo di John Lennon per pubblicizzare la nuova Citroen C3.</p>
<p>In questi casi si tende a puntare il dito accusatore sull’avidità degli eredi, colpevoli di autorizzare tali profanazioni per lucrare &#8211; appunto &#8211; sui diritti d’autore. Ma lo scandalo maggiore, a mio parere, non è nemmeno il lucro: è il fatto che ogni YokoOno di turno possa decidere di fare tutto ciò che vuole con le opere (e con l’immagine) del caro genio estinto. I soldi in fondo chi se ne frega, ma perché affidare loro la potestà assoluta? E&#8217; semplicemente assurdo che i modi e i tempi di fruizione di un’opera musicale, come di qualsiasi opera d’arte, siano ostaggio di chi non ha avuto parte alcuna nel processo creativo; e si trova ad avere l’ultima parola solo in virtù dei propri rapporti personali ed affettivi.</p>
<p>Io per la verità sarei anche un po’ più estremo, perché credo che nemmeno l’artista stesso dovrebbe essere detentore di un supremo diritto <em>morale</em> sulla propria opera. “Io l’ho creata e io ne faccio ciò che voglio” è un metodo assai primitivo di vedere la questione: la verità è che gli artisti spesso sono dei pessimi giudici di se stessi; e quando intervengono gli editori o le case discografiche, a dividere ciò che deve essere “pubblico” da quanto conviene rimanga “privato”, è ancora peggio. Per cui il problema non è “perché si pubblicano gli inediti di Hendrix”, ma &#8211; al contrario &#8211; “perché non si pubblicano <em>tutti</em>” senza diluirli furbescamente nel tempo (questo sì, mezzuccio squallido della più bassa lega). In un sistema sano, dovrebbero invece essere il pubblico e la critica a fare i giudizi e le distinzioni, senza filtri arbitrari alla fonte. Perché la musica &#8211; in ogni sua forma, dallo spartito all’incisione discografica &#8211; non ha altri legittimi padroni di coloro che l’ascoltano.</p>
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		<title>L&#8217;interpretazione autentica</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Mar 2010 12:25:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bdd</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quello della “fedeltà all’autore” è un miraggio che da sempre affascina il mondo musicale (e più in generale, quello dell’arte). Si tratti di un esecutore o di un critico, di un traduttore o di un regista teatrale, inevitabilmente si pone il problema del “tradimento” degli intenti originari: secondo l’idea che l’autore (anzi, l’Autore) sarebbe per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quello della “fedeltà all’autore” è un miraggio che da sempre affascina il mondo musicale (e più in generale, quello dell’arte). Si tratti di un esecutore o di un critico, di un traduttore o di un regista teatrale, inevitabilmente si pone il problema del “tradimento” degli intenti originari: secondo l’idea che l’autore (anzi, l’Autore) sarebbe per sempre anche il proprietario dell’opera, e dunque la bontà di ogni interpretazione dipenderebbe dalla sua “autenticità”.</p>
<p><span id="more-2057"></span></p>
<p>Peccato solo che, se ci si limitasse a rispettare le volontà dell’Autore, non ci sarebbe alcun bisogno di filtri tra lui e l’utilizzatore finale. Non ci sarebbe bisogno di aggiungere altre interpretazioni a quelle già esistenti, anzi basterebbe (se presente) quella originale dell’Autore: soltanto lui, in fondo, conosce le sue volontà e quindi è il depositario della sua legittima autenticità. Non ci sarebbe più bisogno &#8211; anzi, non ci sarebbe mai stato &#8211; di giornalisti, analisti, teorici, insomma tutto quel corredo inutile che si può ricondurre al mondo della critica musicale.</p>
<p>L’evoluzione recente del sistema va proprio in questo senso: eliminare l’intermediario, il burocrate che una volta era il tramite necessario per fare arrivare la musica all’ascoltatore, ed oggi è tecnicamente superfluo. Tutto ciò soddisfa una tendenza naturale ed innata dell’animo umano, ed è stata accolta come una rivoluzione. Ma ad ogni rivoluzione segue un nuovo status quo.</p>
<p>Non c’è niente di più conservatore, infatti, che prendere le (presunte) intenzioni dell’Autore in una teca ed appenderle alla parete sulla quale ammirarle da qui alla fine dei tempi. Da sempre musica non è progredita grazie all’interpretazione autentica dei predecessori, ma al contrario per il loro tradimento: la <em>manipolazione</em> è il principio vitale, la fonte rinnovabile delle sue energie. E in fondo, l’intera storia della musica non è forse il risultato di una serie interminabile di manipolazioni stratificate?</p>
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		<title>La guerra del pianoforte</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Feb 2010 10:17:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bdd</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Come segnalato da Riccardo Lenzi su L’Espresso, il crescente successo dei pianisti cinesi sta creando tensioni e malumori. In polemica con il premio assegnato a Lang Lang dal Festival di Brescia e Bergamo, la vedova di Arturo Benedetti Michelangeli ha addirittura chiesto che si rimuovesse il nome del marito dalla locandina della manifestazione. Lang Lang [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Come segnalato da <a href="http://www.complottoemezzo.com/wordpress/2010/02/22/pericolo-cinese/">Riccardo Lenzi su L’Espresso</a>, il crescente successo dei pianisti cinesi sta creando tensioni e malumori. In polemica con il premio assegnato a Lang Lang dal Festival di Brescia e Bergamo, la vedova di Arturo Benedetti Michelangeli ha addirittura chiesto che si rimuovesse il nome del marito dalla locandina della manifestazione. Lang Lang è infatti considerato da molti la via di mezzo tra un giovanniallevi ed un pianista “vero”, molto amato dal pubblico ma detestato dagli intenditori per la sua cialtronaggine. E se l’istituzione &#8211; invece di lanciare nuovi talenti con i propri criteri &#8211; si limita a ratificare le scelte già effettuate dal pubblico, abbiamo lo stesso meccanismo in atto nel festival di Sanremo egemonizzato dai talent show: una perdita di prestigio. E ok, lo so che la parola “prestigio” associata a Sanremo fa un po’ ridere, ma il poppolo finora aveva sempre avuto questa soggezione, anzi questa attitudine spaventosamente reverenziale rispetto a concorsi e giurie: il cui prestigio serve a giustificarne il ruolo guida rispetto alla formazione del gusto.</p>
<p><span id="more-2047"></span></p>
<p>O per meglio dire, <em>serviva</em>: perché ultimamente i rapporti sembrano sempre più ribaltati, le giurie hanno la tentazione di darsela a gambe e la sovranità viene platealmente ceduta (almeno in apparenza) al poppolo medesimo. Ma c’è una forza uguale e contraria da parte delle élites che resistono; e a Sanremo &#8211; coerentemente &#8211; ha preso la forma di una effimera pagliacciata spettacolare, mentre in ambito classico si gioca per ora dietro le quinte. Qui è in atto ormai una sorta di <em>guerra del pianoforte</em>: non c’è infatti nessun compromesso possibile fra l’approccio di un Pollini e quello di un Lang Lang, fra l’italian style e il made in China, insomma fra una tradizione prestigiosa (ma in via di estinzione) e la rampante ignoranza del nuovo. E come <a href="http://www.artsjournal.com/slippeddisc/2010/02/learn_to_play_the_lang_lang_wa.html">scrive Norman Lebrecht</a>, era dai tempi di Mozart e Clementi che non si assisteva ad una dicotomia così estrema tra due modi diversi di interpretazione pianistica. Quella volta finì pari.</p>
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		<title>Se televotando</title>
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		<pubDate>Sun, 21 Feb 2010 22:10:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bdd</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Iniziamo con una comunicazione di servizio. Come forse potete notare, oggi complottoemezzo sfoggia il suo primo sostanzioso restyling. La grafica si ispira a quella originaria ma il codice è stato completamente rimpiazzato, cambiando in parte la struttura stessa del blog e dunque anche i permalink interni. Almeno i feed rss dovrebbero restare gli stessi di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><span style="font-weight: normal;">Iniziamo con una comunicazione di servizio. Come forse potete notare, oggi complottoemezzo sfoggia il suo primo sostanzioso restyling. La grafica si ispira a quella originaria ma il codice è stato completamente rimpiazzato, cambiando in parte la struttura stessa del blog e dunque anche i permalink interni. Almeno i feed rss dovrebbero restare gli stessi di prima, però al momento non danno segno di vita: per il resto tutto funziona alla perfezione, come direbbe il Tg1. C’è anche spazio per i commenti disfattisti qui in fondo.</span></strong></p>
<p><strong><span style="font-weight: normal;"><span id="more-2011"></span></span></strong></p>
<p>Nel frattempo, lo show satirico di Minzolini preferisce dedicarsi ad altri eventi: ad esempio il festival di Sanremo, che come si spiega nei titoli di stasera “ha chiuso in bellezza”. Ma la stampa comunista, stranamente, non sembra essere d’accordo: “Sanremo si ribella al principe in finale”, titola Repubblica. Secondo Il Fatto questo è invece “Il festival dei pupari”, alludendo sia al principino raccomandato che alle manipolazioni del televoto. Per non dire di blog e socialnetwork, sui quali i brogli vengono denunciati con uno sdegno che non si era visto nemmeno per le elezioni in Iran.</p>
<p>Insomma, l’esito della kermesse viene commentato con la consueta sobrietà e senza prendersi troppo sul serio. Il Corriere della Sera scrive nel commento di prima pagina: “E venne l’anno della rivolta”. Secondo Edmondo Berselli, addirittura, “il televoto ha provocato la rivoluzione”. Ma per quanto fascinoso possa essere il concetto, qui è successo semmai il contrario. Perché le rivoluzioni le fa il popolo. In questo caso si è piuttosto messa in scena una felliniana sommossa dell’élite orchestrale, incitata dal pubblico in sala, che reagiva al trionfo della Brutta Musica decretato dal <em>presunto</em> popolo. Ma l’equivoco di fondo è proprio qui: non è “il popolo” quello che televota, ma un suo campione che (essendo peraltro volontario) è tutto fuorché rappresentativo. Se lo fosse stato avrebbero vinto, come da pronostico, gli idoli del mainstrindie. E tutti sarebbero stati contenti.</p>
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		<title>Potere assoluto</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Feb 2010 17:03:34 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Mentre ci si continua a lamentare (o compiacere, a seconda dei punti di vista) che il costo per ascoltare musica è ormai prossimo allo zero, nessuno si preoccupa dell&#8217;impennata folle che negli ultimi anni hanno avuto i prezzi per assistere alla musica dal vivo. Ed in questa generale indifferenza, negli Stati Uniti sta nascendo una concentrazione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mentre ci si continua a lamentare (o compiacere, a seconda dei punti di vista) che il costo per ascoltare musica è ormai prossimo allo zero, nessuno si preoccupa dell&#8217;impennata folle che negli ultimi anni hanno avuto i prezzi per assistere alla musica dal vivo. Ed in questa generale indifferenza, negli Stati Uniti sta nascendo una concentrazione economica da far impallidire Berlusconi e Murdoch messi assieme.<br />
L&#8217;ultima novità è questa: il Dipartimento della Giustizia americano ha incredibilmente <a href="http://www.billboard.biz/bbbiz/content_display/industry/e3i57da5f249d19e7dccdedb25cf13bb1cb">dato il via libera</a> alla fusione tra Live Nation e Ticketmaster. I due colossi che negli Usa dominano già i rispettivi campi &#8211; organizzazione degli spettacoli e vendita dei biglietti &#8211; andranno così a costituire un’unica società, la Live Nation Entertainment, con tanti saluti ad ogni residua possibilità di concorrenza nell&#8217;intero settore (che è peraltro l’unico nel quale gli artisti potrebbero ancora guadagnare qualcosa, se concorrenza ci fosse). “E’ un bel giorno per l’industria musicale”, dice il capo di Live Nation. Per forza: oggi è lui, l’industria musicale.<br />
<span id="more-1963"></span> Tutto ciò mentre Obama in un’intervista a Business Week  dichiara: &#8220;Siamo fieri sostenitori di un mercato libero e dinamico&#8221;. Meno male, altrimenti ci sarebbe venuto il dubbio che l&#8217;amministrazione americana stia spianando la strada a un sistema bloccato e monopolistico. In cui il Nemico non è più rappresentato dalle case discografiche, ma dalle megaziende che hanno (anzi, dalla megazienda che ha) in mano l&#8217;affare della musica non-registrata.</p>
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		<title>Il galateo della rockstar</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Feb 2010 15:59:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bdd</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nella religione islamica, chi fa musica si trova generalmente ai gradini più bassi della scala sociale. Nelle interpretazioni particolarmente rigide, la musica è addirittura vietata. Eppure, Maometto non si pronunciò mai esplicitamente contro di essa: anzi, nelle sacre scritture si racconta di almeno una occasione nella quale il Profeta si trovò ad ascoltare volentieri un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nella religione islamica, chi fa musica si trova generalmente ai gradini più bassi della scala sociale. Nelle interpretazioni particolarmente rigide, la musica è addirittura vietata. Eppure, Maometto non si pronunciò mai esplicitamente contro di essa: anzi, nelle sacre scritture si racconta di almeno una occasione nella quale il Profeta si trovò ad ascoltare volentieri un gruppo di ragazze che cantavano. C&#8217;è un altro passaggio, però, in cui gli &#8220;strumenti musicali&#8221; vengono accostati sprezzantemente all&#8217;alcol: che per il buon fedele, si sa, è vietatissimo.</p>
<p>Perché dunque il canto sì e gli strumenti no? L&#8217;interpretazione più probabile sembra quella per cui il problema non fosse la musica in sé quanto i comportamenti che eventualmente si associavano ad essa. All&#8217;epoca di Maometto i musicisti praticavano infatti assai spesso uno stile di vita considerato immorale, e la condanna riservata al loro stile di vita finì dunque per investire la musica stessa.</p>
<p>Questo avveniva ovviamente molto tempo fa, nelle società arcaiche, prima che gli esseri umani imparassero a distiguere i comportamenti personali dalle attività artistiche.</p>
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		<title>Stalking Salinger</title>
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		<pubDate>Sun, 31 Jan 2010 12:19:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bdd</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il nemico pubblico numero 1 della critica musicale (anzi, della critica, anzi, del mondo civilizzato) si chiama biografismo. Il biografismo è la faccia presentabile del gossip, l’anello di congiunzione tra il buco della serratura e la cultura, insomma per farla breve è il buco della cultura. E dentro questo buco si trova un po’ di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il nemico pubblico numero 1 della critica musicale (anzi, della critica, anzi, del mondo civilizzato) si chiama <em>biografismo</em>. Il biografismo è la faccia presentabile del gossip, l’anello di congiunzione tra il buco della serratura e la cultura, insomma per farla breve è il buco della cultura. E dentro questo buco si trova un po’ di tutto, dalle indagini parastoriche sulle bizze di Beethoven fino all’infimo livello degli autospettegolamenti di Carmen Consoli su Vanity Fair (quest’ultimo gradino si chiama “prestarsi al gioco”, ma il verbo è un eufemismo).<br />
Naturalmente, oh, il biografismo esiste perché i lettori lo vogliono. O meglio: i fans lo vogliono. Perché quando si divinizza un artista, la sensazione di entrare in contatto “terreno” con lui &#8211; ovvero con ciò che fa e dice la forma umana, in carne ed ossa, del dio &#8211; è evidentemente un desiderio supremo. O più modestamente, come diceva Salinger, “reading a really good book makes you want to phone up the author”: e sarebbe venuto da rispondergli “senti chi parla”, però aveva ragione. Del resto la psicologia del fan è molto più interessante di quella dell’autore: perché studiare quest’ultima serve più che altro a normalizzarla, sminuirla, mostrarla nelle banalità della vita quotidiana (essendo la straordinarietà contenuta nelle opere, non nella persona); mentre quella del fan è a contatto con l’Assoluto, magari in maniera non razionale e pure un po’ patologica, ma allo stesso tempo con un’intensità che ha pari solo nella stessa creazione artistica.<br />
Ma il fan resta un <em>male</em>, perché è egoista. E&#8217; incapace di <em>dare</em>. Tiene la sua passione tutta per sé, la riceve passivamente, e diciamolo, quando prova ad estrinsecarla o evangelizzarla si rende soltanto patetico oltreché molesto. E a questo proposito, il nuovo libro di Nick Hornby non è mica così stupido come presumevo che fosse (ricordo che la parziale lettura di Alta Fedeltà è stata per me un’esperienza irritante come poche altre). Più che altro nei primi capitoli di Juliet Naked, a dire il vero, l’ossessione di Duncan per il songwriter Tucker Crowe viene indagata con una sottile perfidia: defraudandola a poco a poco degli intellettualismi, fino a mostrarla in tutta la sua perversa vacuità. E trattandosi di musica immaginaria, la storia assume inevitabilmente il carattere di una riflessione filosofica su biografismo e fandom nell’era del web. Anche se per la verità ho ancora qualche dubbio su dove voglia andare a parare: in fin dei conti, è pur sempre Nick Hornby.</p>
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		<title>La mia vita secondo Justin Bieber</title>
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		<pubDate>Sun, 24 Jan 2010 19:09:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bdd</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ancora per la serie “uccidiamo lo zeitgeist”, ecco il cinno canterino che sta prendendo il posto di Jonas Brothers e Miley Cyrus. L’ultimo ritrovato del pop disneyano insomma, anche se in questo caso la Disney non ha colpe ed anzi con lui non c’entra proprio nulla. Justin Bieber è partito dal popletariato: se ne stava [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ancora per la serie “uccidiamo lo zeitgeist”, ecco il <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Justin_Bieber">cinno canterino</a> che sta prendendo il posto di Jonas Brothers e Miley Cyrus. L’ultimo ritrovato del pop disneyano insomma, anche se in questo caso la Disney non ha colpe ed anzi con lui non c’entra proprio nulla. Justin Bieber è partito dal <a href="http://www.italianembassy.it/">popletariato</a>: se ne stava lì con la mamma nella sua cameretta dell’Ontario ad inserire canzoncine del cazzo su youtube, poi ha avuto tipo un milione di miliardi di contatti (o un miliardo di milioni, non saprei) ed è stato notato dall’altro e più famoso Justin. Un marketing molto viral e socialcool dunque, proprio l’ideale per questa specie di hippop alla camomilla &#8211; che poi è forse più una tisana digestiva, considerando l’effetto.</p>
<p>Comunque ci possiamo certamente tutti riconoscere nei ritornelli che compongono le otto canzoni del suo ep <strong>My World</strong>, ritrovando in essi delle parti della nostra vita: “Girl you’re my one love, my one heart / My one life for sure / Let me tell you one time” (<strong>One Time</strong>); “You’re my favorite, my favorite, my favorite, my favorite girl” (<strong>Favorite Girl</strong>); “So it’s up to you and it’s up to me / That we meet in the middle on our way back down to Earth / Down to Earth, down to Earth…” (<strong>Down To Earth</strong>); “I was a player when I was little / But now I’m bigger, I’m bigger…” (<strong>Bigger</strong>); “Oh no / I saw so many pretty faces / Before I saw you, you / Now all I see is you” (<strong>One Less Lonely Girl</strong>); le ultime tre non le cito perché mi sono stufato, ma il panorama dovrebbe essere chiaro.</p>
<p>Oltre al male della banalità, in queste ballate si trova ripetuta ossessivamente l’equiparazione tra la girlfriend e il successo: lei è di volta in volta la sua “number one”, la “star of the show” eccetera, insomma dietro l’amore teenageriale si malnasconde quello che sembra essere il vero oggetto del desiderio. E tutto questo viene assemblato con una ingenuità musicale imbarazzante, ma in fondo è meglio così: almeno si mostra subito per quello che è, facendo sembrare Lady Gaga un genio al confronto.</p>
<p>In effetti il Mainstrindie, questo enorme mostro musicalmediatico che sembra comprendere tutto, non comprende tutto. C’è qualcosa alla sua sinistra, e qualcosa alla sua destra. Justin Bieber è alla sua estrema destra.</p>
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		<title>Lady Craxi</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Jan 2010 21:27:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bdd</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il Vaticano riabilita gli U2, Pitchfork riabilita Lady Gaga, Sarkozy vuole mettere una tassa su google e il governo italiano (per non essere secondo a nessuno nella playlist della demenza) se ne inventa una sull’intero settore hi-tech (telefoni cellulari, computer, lettori mp3 eccetera) con cui finanziare la Siae. Come inizio dell’anno non c’è male.
Si direbbe [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il Vaticano <a href="http://www.giudiziouniversale.it/d/articolo/politica/santo-subito">riabilita gli U2</a>, Pitchfork <a href="http://pitchfork.com/reviews/albums/13823-the-fame-monster/">riabilita Lady Gaga</a>, Sarkozy vuole mettere <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/dossier/Italia/2009/commenti-sole-24-ore/08-gennaio-2010/sarkozy-pioniere-diritti-online.shtml?uuid=6eac52ea-fc25-11de-a982-fad58e4d6543&amp;DocRulesView=Libero">una tassa su google</a> e il governo italiano (per non essere secondo a nessuno nella playlist della demenza) se ne inventa una sull’intero settore hi-tech (telefoni cellulari, computer, lettori mp3 eccetera) con cui <a href="http://www.repubblica.it/tecnologia/2010/01/15/news/tassa_pc_telefonini-1953830/">finanziare la Siae</a>. Come inizio dell’anno non c’è male.<br />
Si direbbe quasi che l’unico modo per stare al passo coi tempi, sia sfoderare qualche trovata così fuori tempo e fuori luogo che ormai nessuno ci pensava più. Qualche settimana fa, per dire, è stata pubblicata la sentenza di condanna a cinque mesi di carcere per un immigrato marocchino trovato in possesso (nel 2002) di una quarantina di cd taroccati: musica e videogiochi che non avevano il bollino Siae, quello che serve al cosiddetto “equo compenso” degli artisti &#8211; ovvero a pagare la pensione miliardaria dei Morricone e dei Celentano. E poi dicono che la giustizia non funziona.<br />
Ma si è mai visto uno spirito dei tempi sfigato come il nostro? Praticamente, siamo al paradosso di uno zeitgeist anacronistico. In uno, vabbè, sei uno. In due siete già “spirito dei tempi”. Ma non è colpa sua eh, io credo che ad un certo punto lo spirito dei tempi si sia dato alla latitanza perché era stufo di farsi &#8220;cogliere&#8221; qua e là da telegiornali/film/webzines a loro uso e consumo. Anzi forse lo zeitgeist non c’è nemmeno più: si è ucciso per la vergogna, quando si è sentito associare al signore che costruì Tangentopoli. C’era già passato negli anni ‘80. Due volte era troppo anche per lui.</p>
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		<title>La radio pastorizzata</title>
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		<pubDate>Sun, 10 Jan 2010 20:40:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bdd</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“L’entusiasmo è bello”. Carlo Pastore è un entusiasta dell’entusiasmo, un entusiasmista integrale, e da qualche giorno porta il suo entusiasmismo anche sul secondo canale della radio di Stato dove il suo programma ha preso il posto del troppo raffinato Condor. Del resto Traffic non corre certo il rischio di intellettualismo; anzi per sicurezza il conduttore [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>“L’entusiasmo è bello”. Carlo Pastore è un entusiasta dell’entusiasmo, un entusiasmista integrale, e da qualche giorno porta il suo entusiasmismo anche sul secondo canale della radio di Stato dove il suo programma ha preso il posto del troppo raffinato Condor. Del resto <em>Traffic</em> non corre certo il rischio di intellettualismo; anzi per sicurezza il conduttore si fa affiancare da una certa Brenda Lodigiani, che si occupa di autoironizzare sulla patente vacuità del programma. Insomma Carlo &amp; Brenda sono una coppia di simpatici ragazzi che mimano i simpatici meccanismi comunicativi dei simpatici ragazzi di oggi &#8211; la milanesotta acidina e finta stupida vs. il frangetta presunto cool &#8211; fra battutine e frecciatine e notiziole curiose.</p>
<p>Alla fine ricorda un po’ <em>Ciao Belli</em>, solo che non fa ridere, e in cambio degli schizofrenici battibecchi tra i due ggiovani passa la Buona Musica pastorizzata: ovvero le canzoncine di gente come Spoon, Peter Bjorn &amp; John, Ok Go eccetera. Un altro passo avanti per la causa del mainstrindie, per la quale il dj è disposto a sacrificare tutto (già da prima che esistesse il mainstrindie, peraltro).<br />
Allora cosa ci dice l’avvicendamento fra Sofri e Pastore? E’ più importante la “qualità” della musica o quella delle chiacchiere? Almeno per chi decide i palinsesti, non ci sono dubbi: una musica più targettizzata è comunque preferibile a chi fa un discorso appena intelligente. E non è vero che questa dittatura della stronzata, di fronte alla quale resistono ormai ben poche sacche di resistenza nel sistema radiotelevisivo, sia inoffensiva. Tutt&#8217;altro, e non perché si debba per forza parlare di politica o di cose serie: il problema è più in generale la scomparsa delle Idee, o meglio il fatto che nell’Italia dell’amore esse siano costrette a nascondersi peggio che un nigeriano in Calabria. E del resto è proprio grazie alla loro mancanza, che i sentimenti identitari della peggior specie stanno prosperando alla grande.</p>
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