Tra le tante cose buone portate dalla Rivoluzione Francese, ce ne sono almeno un paio di dubbia utilità: la ghigliottina e il diritto d’autore. Ma se la prima è stata ben presto sostituita da strumenti più efficaci, il secondo è tutt’oggi alla base del nostro sistema culturale ed artistico. E a torto siamo abituati a considerarlo unicamente in rapporto allo sfruttamento economico delle opere, che è in realtà il suo aspetto meno significativo. Ben più importante è infatti la proprietà morale su ciò che l’artista crea: il diritto, insomma, a disporne come vuole, incluso quello a distruggere l’opera o mantenerla inedita.
L’interpretazione autentica
Quello della “fedeltà all’autore” è un miraggio che da sempre affascina il mondo musicale (e più in generale, quello dell’arte). Si tratti di un esecutore o di un critico, di un traduttore o di un regista teatrale, inevitabilmente si pone il problema del “tradimento” degli intenti originari: secondo l’idea che l’autore (anzi, l’Autore) sarebbe per sempre anche il proprietario dell’opera, e dunque la bontà di ogni interpretazione dipenderebbe dalla sua “autenticità”.
La guerra del pianoforte
Come segnalato da Riccardo Lenzi su L’Espresso, il crescente successo dei pianisti cinesi sta creando tensioni e malumori. In polemica con il premio assegnato a Lang Lang dal Festival di Brescia e Bergamo, la vedova di Arturo Benedetti Michelangeli ha addirittura chiesto che si rimuovesse il nome del marito dalla locandina della manifestazione. Lang Lang è infatti considerato da molti la via di mezzo tra un giovanniallevi ed un pianista “vero”, molto amato dal pubblico ma detestato dagli intenditori per la sua cialtronaggine. E se l’istituzione – invece di lanciare nuovi talenti con i propri criteri – si limita a ratificare le scelte già effettuate dal pubblico, abbiamo lo stesso meccanismo in atto nel festival di Sanremo egemonizzato dai talent show: una perdita di prestigio. E ok, lo so che la parola “prestigio” associata a Sanremo fa un po’ ridere, ma il poppolo finora aveva sempre avuto questa soggezione, anzi questa attitudine spaventosamente reverenziale rispetto a concorsi e giurie: il cui prestigio serve a giustificarne il ruolo guida rispetto alla formazione del gusto.
Se televotando
Iniziamo con una comunicazione di servizio. Come forse potete notare, oggi complottoemezzo sfoggia il suo primo sostanzioso restyling. La grafica si ispira a quella originaria ma il codice è stato completamente rimpiazzato, cambiando in parte la struttura stessa del blog e dunque anche i permalink interni. Almeno i feed rss dovrebbero restare gli stessi di prima, però al momento non danno segno di vita: per il resto tutto funziona alla perfezione, come direbbe il Tg1. C’è anche spazio per i commenti disfattisti qui in fondo.
Potere assoluto
Mentre ci si continua a lamentare (o compiacere, a seconda dei punti di vista) che il costo per ascoltare musica è ormai prossimo allo zero, nessuno si preoccupa dell’impennata folle che negli ultimi anni hanno avuto i prezzi per assistere alla musica dal vivo. Ed in questa generale indifferenza, negli Stati Uniti sta nascendo una concentrazione economica da far impallidire Berlusconi e Murdoch messi assieme.
L’ultima novità è questa: il Dipartimento della Giustizia americano ha incredibilmente dato il via libera alla fusione tra Live Nation e Ticketmaster. I due colossi che negli Usa dominano già i rispettivi campi – organizzazione degli spettacoli e vendita dei biglietti – andranno così a costituire un’unica società, la Live Nation Entertainment, con tanti saluti ad ogni residua possibilità di concorrenza nell’intero settore (che è peraltro l’unico nel quale gli artisti potrebbero ancora guadagnare qualcosa, se concorrenza ci fosse). “E’ un bel giorno per l’industria musicale”, dice il capo di Live Nation. Per forza: oggi è lui, l’industria musicale.
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