di Giuliano Amato (Prefazione a “Napoli… Serenata Calibro 9″ di Marcello Ravveduto, Liguori Editore, 2007)
A metà dicembre del 2006 una mia osservazione sui neomelodici, durante la presentazione del libro Le strade della violenza, scritto da Isaia Sales in collaborazione con Marcello Ravveduto, ha scatenato una polemica tra cantanti ed autori. Riprendendo alcuni passaggi dell’opera, ho notato come alcune canzoni fossero espressioni della pervasività della mentalità camorrista. Una vera e propria cultura popolare che tende ad innalzare il camorrista alla figura dell’eroe guerriero, il carcerato a vittima sacrificale della società e il pentito a traditore di un apparato economico e sociale definito ‘O Sistema .
di Antonio Gaudino (Il Fatto, 12/3/2010, p.15)
Quarant’anni fa moriva il più grande chitarrista rock di tutti i tempi, Jimi Hendrix. Quarant’anni fa Jamie, la sorella adottiva, era una bambina forse del tutto ignara della genialità di quel fratello che cambiò per sempre la storia della musica e della chitarra. Oggi la stessa Jamie invece è a conoscenza così bene della fortuna che gestisce, da raschiare insistentemente quel barile dove è rimasto ancora un po’ di talento del meticcio di Seattle.
di Hugo Wilcken (The Wire #314, April 2010, p.14)
Logobi is a new sound brewing in the Paris suburbs. Its chopped-up beats, tinny electronics and wobbly sonics might put British ears in mind of Grime and UK Funky, but Logobi started off as the latest iteration of Coupé Décalé, a dance music style developed in Paris in the early noughties by Cote d’Ivoire immigrants. Early Coupé Décalé was minimalist with a bling ethic, celebrating the West African immigrants who’d ‘made it’ in France. Logobi speeds up and confuses the beats. It’s a harsher, hugely energetic sound that takes in a range of influences, from Euro House and hiphop to the…
di Alessandro Baricco (Repubblica, 10/3/2010, p.1)
Ma in realtà ci sarebbe così bisogno della critica e della storiografia, almeno quanto avremmo bisogno di mappe per decifrare il caos dell’invenzione collettiva: mappe non redatte da uffici marketing, voglio dire, ma dall’umile cartografia di esploratori di genio. L’ho pensato ripetutamente leggendo, con raro piacere, Il resto è rumore.
di Josh Jackson (Paste magazine, feb.2010, p.6)
It might seem strange for Paste to proclaim the death of “indie”. Our magazine’s rise to modest renown has been on the backs of everything that might be considered part of that realm. Our publishing operation has been as independent as it gets, launched outside of the entertainment and music industries by three guys in a one-room office in Decatur, Ga. Much of the music and film we cover is stamped with the “indie” label, and we’ve highlighted video-game and fashion designers working outside the mainstream channels.
di Piergiorgio Pardo (Blow Up, gennaio 2010, p.140)
In America stava finendo l’era Carter e ci si immetteva sulla puritana strada in mattoni gialli dell’edonismo reaganiano. Il sogno diventava inconsistenza, l’utopia lusso, il futuro presente, il presente attimo, la sessualità un impulso estetizzante; mentre si affermava quell’unico e gigantesco meccanismo di rimozione del dolore che sono stati gli anni ‘80. Quel mondo scelse una voce su tutte per cantare di sé: nella sua più compiuta formulazione il talento interpretativo di Michael è, in piena consentaneità con l’epoca che lo ha espresso, un meccanismo di negazione / rimozione in atto. Della sofferenza, dell’identità razziale, anagrafica e di genere, degli impulsi. …
di Sandro Cappelletto (La Stampa, 22/2/2010, p.19)
Devo avere un cervello ben bizzarro, se – nonostante i pareri così autorevoli di alcuni neuroscienziati – mi sono emozionato ascoltando i Pezzi per pianoforte di Arnold Schönberg suonati da Maurizio Pollini. E anche lui, Pollini, sarà bene che provveda presto a una visita, considerata la perseverante passione con cui studia quella musica, e la suona davanti a platee molto numerose e plaudenti.
Di Riccardo Lenzi (L’espresso n.8, 25 febbraio 2010, p.57)
Le serpentine indemoniate di un Horowitz, i possenti accordi di un Arrau, la capacità di far cantare il proprio strumento come Caruso di un Rubinstein, riconoscibili fra mille interpreti al primo ascolto in disco per il loro tocco unico, sono sempre stati, per il critico musicale del “New York Times” Harold Schonberg, l’occasione di un acuto e inconsolabile rimpianto, se paragonati alla verve dimessa dei pianisti delle generazioni successiva, a suo modo di sentire così impersonali, assuefatti a una maniera comune di esprimersi, “incapaci di suonare Mozart, Beethoven o Chopin con i propri tratti stilistici, i colori irripetibili”. Probabilmente avrebbe approvato…
di Joseph Stannard (The Wire #311, january 2010, p.43)
Over the past decade, the revenant, or returning spirit, has been revealed as one of the dominant forces in modern music, to the point where even the US noise underground is yielding to its supernatural will. The most visible example of this tendency is the aesthetic known as hauntology, identified by Mark Fisher and Simon Reynolds in the mid-2000s, chiefly in response to the music of UK label Ghost Box. Rather than trickling out of vogue as even its staunchest advocates might have anticipated, the concept has proven unexpectedly adaptable. Ghost Box themselves have evolved well beyond the purely parochial -…
di Armando Torno (Il Corriere della Sera, 3/12/2009, p.53)
Glenn Gould tenne un primo concerto nella Sala Grande del Conservatorio di Mosca il 7 maggio 1957. Aveva venticinque anni. Non era noto anche se due anni prima aveva inciso, con un’interpretazione già allora giudicata unica, le Variazioni Goldberg di Johann Sebastian Bach. Per la cronaca va aggiunto che quella sera metà poltroncine non erano occupate. Poi successe qualcosa. I presenti si accorsero che l’interprete era geniale, incredibile, straordinario. Cominciarono a telefonare agli amici, ai conoscenti, persino ai professori del Conservatorio per il secondo appuntamento, fissato il 12 maggio. Un ragazzo di 14 anni spese tutti i soldi che aveva in tasca…
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