March 13th, 2010

Homo Logobiens

di Hugo Wilcken (The Wire #314, April 2010, p.14)

Logobi is a new sound brewing in the Paris suburbs. Its chopped-up beats, tinny electronics and wobbly sonics might put British ears in mind of Grime and UK Funky, but Logobi started off as the latest iteration of Coupé Décalé, a dance music style developed in Paris in the early noughties by Cote d’Ivoire immigrants. Early Coupé Décalé was minimalist with a bling ethic, celebrating the West African immigrants who’d ‘made it’ in France. Logobi speeds up and confuses the beats. It’s a harsher, hugely energetic sound that takes in a range of influences, from Euro House and hiphop to the Angolan-originated kuduro.

Read more…

3 Comments
Add Your Thoughts
March 11th, 2010

Che fine ha fatto la musica colta

di Alessandro Baricco (Repubblica, 10/3/2010, p.1)

Ma in realtà ci sarebbe così bisogno della critica e della storiografia, almeno quanto avremmo bisogno di mappe per decifrare il caos dell’invenzione collettiva: mappe non redatte da uffici marketing, voglio dire, ma dall’umile cartografia di esploratori di genio. L’ho pensato ripetutamente leggendo, con raro piacere, Il resto è rumore.

Read more…

No Comments
Add Your Thoughts
March 8th, 2010

R.I.P. Indie

di Josh Jackson (Paste magazine, feb.2010, p.6)

It might seem strange for Paste to proclaim the death of “indie”. Our magazine’s rise to modest renown has been on the backs of everything that might be considered part of that realm. Our publishing operation has been as independent as it gets, launched outside of the entertainment and music industries by three guys in a one-room office in Decatur, Ga. Much of the music and film we cover is stamped with the “indie” label, and we’ve highlighted video-game and fashion designers working outside the mainstream channels.

Read more…

No Comments
Add Your Thoughts
February 27th, 2010

Rimozione forzata

di Piergiorgio Pardo (Blow Up, gennaio 2010, p.140)

In America stava finendo l’era Carter e ci si immetteva sulla puritana strada in mattoni gialli dell’edonismo reaganiano. Il sogno diventava inconsistenza, l’utopia lusso, il futuro presente, il presente attimo, la sessualità un impulso estetizzante; mentre si affermava quell’unico e gigantesco meccanismo di rimozione del dolore che sono stati gli anni ‘80. Quel mondo scelse una voce su tutte per cantare di sé: nella sua più compiuta formulazione il talento interpretativo di Michael è, in piena consentaneità con l’epoca che lo ha espresso, un meccanismo di negazione / rimozione in atto. Della sofferenza, dell’identità razziale, anagrafica e di genere, degli impulsi. [...] Muoviamo dalla questione razziale. In “Thriller” Michael ridusse al minimo le inflessioni black del cantato: la sua voce è penetrante, “in maschera”, ovvero fatta risuonare attraverso fronte, zigomi e cavità del setto nasale, ben compressa in studio di registrazione e già di per sé, al momento dell’emissione, per scelta il più possibile deprivata di armonici e vibrato.

Read more…

No Comments
Add Your Thoughts
February 25th, 2010

Mi piace Schönberg, sono pazzo?

di Sandro Cappelletto (La Stampa, 22/2/2010, p.19)

Devo avere un cervello ben bizzarro, se – nonostante i pareri così autorevoli di alcuni neuroscienziati – mi sono emozionato ascoltando i Pezzi per pianoforte di Arnold Schönberg suonati da Maurizio Pollini. E anche lui, Pollini, sarà bene che provveda presto a una visita, considerata la perseverante passione con cui studia quella musica, e la suona davanti a platee molto numerose e plaudenti.

Read more…

1 response
Add Your Thoughts

Main Navigation