March 19th, 2010
di Marcello Ravveduto (da “Napoli… Serenata Calibro 9″, Liguori Editore, 2007, p.7-11)
La canzone napoletana sin dalle origini ha avuto due percorsi paralleli: l’uno popolare legato alla vita quotidiana della gente che vive nei vicoli e nei bassi, l’altro colto, influenzato dalla musica da camera e dal melodramma, ad uso e consumo delle classi elevate. Alla metà dell’Ottocento, grazie all’opera dei “padri fondatori” della canzone classica napoletana, i due percorsi vengono unificati. I due modelli si fondono creando un prodotto culturale la cui fruizione è accessibile a tutti. Il punto di forza della canzone classica napoletana è, dunque, l’interclassismo. Aristocratici e plebei, borghesi e proletari si uniscono e si dividono trasversalmente per sostenere una canzone o un cantante. Tra il 1880 e il 1945, Napoli fu sconvolta da un sisma musicale. Si creano condizioni favorevoli ed irripetibili: si forma un gruppo di autori e musicisti che diffondono la canzone napoletana in tutto il mondo.
[...] La poesia musicale della canzone classica napoletana è il frutto della riflessione letteraria dei salotti borghesi della Napoli fin de siècle. Il racconto romanzato della nascita di Te voglio bene assaie, con quel diffondersi di note raccolte e cantate dal popolo in una notte di luna, rappresenta un passaggio di testimone: prima era la borghesia che ascoltava nelle piazze e nei vicoli le canzoni che rispondevano ad un istintivo e diffuso bisogno di lamento popolare, ora è il popolo che attende la manifestazione di Piedigrotta per leggere e ripetere i testi delle canzoni scritte dagli autori borghesi. La canzone classica è il raggiungimento di una nuova visibilità civile della borghesia napoletana. I versi e la musica hanno un nome ed un cognome. Esprimono la cultura della società civile che conquista potere contrattuale nei confronti del dominio politico [...].
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