Suppongo che non molti abbiano idea di chi siano gli Hermit Thrushes, quindi cominciamo dicendo che sono in cinque e vengono da Philadelphia. E buttiamo subito giù due coordinate – “math” e “folk” – che possono iniziare a definire la loro posizione all’interno dell’arco parlamentare. Per chi non lo sapesse, il “math” è un sotto- (o pseudo-) genere che ha attraversato gli anni Novanta parallelamente al post-rock, per poi cadere in disuso. In pratica si tratta di una frangia particolarmente massimalista ed intellettualistica del rock, dal quale si distingue soprattutto per la complessità ritmica: al posto del 4/4, i pezzi sviluppano infatti una trama irregolare e mutevole. E’ comunemente noto…
Il surriscaldamento dell’hype ha raggiunto da tempo esiti preoccupanti, che ormai non si possono più ignorare. Quanto tempo passerà prima che i responsabili di questa insidia (da Rollingstone e Pitchfork, giù fino agli agitproppisti di piccole e medie dimensioni) si impegnino a diminuire le loro emissioni di propaganda? Del resto ogni volta che si augura il “successo” a qualche artista sconosciuto, anche se con le migliori intenzioni, si fanno dei danni: prima di tutto agli artisti stessi. E’ fin troppo banale infatti prendere atto che non solo l’ispirazione, ma il loro stesso equilibrio personale, risentono negativamente dell’eccesso di attenzioni nei loro confronti.
In questi giorni lo spirito natalizio ci sta prendendo un po’ a tutti. Feste in piazza, brindisi, lanci di regali che travalicano le differenze di ceto e appartenenza politica. Anche la NuovaP2 vuol farsi pervadere dalla nonviolenza: eccoci qui dunque a regalare dell’altra musica: in questo caso femminea, francese e spiritualeggiante. Twinsistermoon è il progetto solista di Mehdi Amaziane, già componente dei Natural Snow Buildings (ormai defunti, se non sbaglio) e “The Hollow Mountain” è il suo terzo lavoro. Un disco i cui pezzi sono fortemente polarizzati: da una parte i droni (“Druids”, “Walhalla”, “Conjuring”), e dall’altra le melodie eteree (“Grrand”, “The Hollow Mountain”, “Bride Of The Spirits”, “To…
Non si contano le delusioni – se non le fregature – che negli anni scorsi abbiamo incontrato sotto le varie etichette del “post rock”, del “decostruzionismo pop” e simili. Poco, si direbbe, rimane oggi di quella saturante ondata intellettual-conformista. Meglio così. Da qualche tempo però la NuovaP2 è sulle tracce di una band australiana – tali Umlaut – messa su da tale Bär McKinnon, già sassofonista nei Mr.Bungle di mister Patton. Il loro primo cd (scaricabile qui) sembra rifarsi proprio a questo filone un po’ dimenticato, e lo riscatta inaspettatamente. Sonorità ironicamente lounge/orchestrali avanzano in azione combinata con chitarroni elettrici poderosamente pacchiani, ma nulla è lasciato al caso (né, si…
TMDC va a ingrossare la mozione folk della nuovaP2, rappresentandone l’ala più pucci e lekmaniana. Cantafiabe graziose, dalla sostanza musicale assai semplice – anzi, spesso assai poco distante dal bozzetto parainfantile. In compenso tutto è espresso in modo diretto e svergognato, con una concretezza quasi bersaniana che non lascia spazio al trucco di produzione; appena un filo di archi da bigiotteria ed altre piccole aggiunte (fiati, glockenspiel, etc.) vanno infatti a rivestire l’accompagnamento dei pezzi, basato solitamente su pianoforte o chitarra. I pezzi di TMDC sono immancabilmente tranquilli ed innocui, solidi e malinconici: nulla dunque scalfisce l’omogeneità dell’album “Don Your Suit Of Lights” (2009) (in download qui). L’unico pezzo…
Vi ricordate l’“hypnagogic pop”, quel presunto nuovo trend musicale inventato da David Keenan su The Wire un trimestre fa? Giusto questo mese Valerio Mattioli l’ha ripescato su Blow Up a proposito di Gary War, per comprendervi artisti “che a suo tempo infilammo sotto le sigle più improbabili (dalla moan wave allo pseudoshitgaze più sfasato)”, e che “condividono un immaginario che mescola stranezze hippie, retaggi lo-fi e allucinazioni 80’s a metà tra new age e pop maldigerito”. Io sintetizzerei come “l’ambient che va a puttane”.
Il pop di I Come To Shanghai è assai stravagante, quasi più dei calzini del giudice Mesiano: ma non potendo beneficiare della popolarità offerta dai giornalisti di Canale 5, il duo deve per ora accontentarsi della Nuova P2. Sarà per questo, o per innata generosità, che I Come To Shanghai danno via gratis il loro omonimo album di debutto? Comunque sia, sono un’élite di merda. Lo di mostra già il pezzo d’apertura, “Pass The Time“, una musichina fuorimoda e fintorock da sigla televisiva che però parla di Dio: un fannullone che ha creato il creato al puro scopo di passare il tempo, e avere qualcuno che gli parlasse….
In tempi di crisi, l’abbiamo detto e ripetuto, il low cost torna sempre in voga: e a questo, Jeans Wilder affianca un’attitudine neogotica ed archeologica. Il titolo di una delle sue opere, “Antiques” (download qui) vale infatti come dichiarazione di stile: le antichità, le rovine, le mura di castello e le case degli spiriti sono le poco gloriose ambientazioni e protagoniste di questa musica. L’abbondanza di un truce riverbero accentua il carattere malsano e polveroso dell’atmosfera, e i materiali di questi ruderi inviolabili si alternano fra acustici ed elettronici: basta che siano decrepiti.
Il divertimento rende liberi, diceva qualcuno. Ma il divertimento, per essere tale, deve prevedere anche un po’ di imprevedibilità: altrimenti diventa noia, banalità, escort. Questo è in genere il potere ed il rischio implicito dei governi orwelliani e della musica pop: il divertimento obbligatorio, una contraddizione in termini. Anche nel caso dei Get Back Guinozzi, e del loro imminente album d’esordio “Carpet Madness” (scaricabarile qui), il divertimento sembrerebbe l’unico oggetto e ragion d’essere. Prendiamo per esempio il loro primo pop porno “Low Files Tropical”, che onestamente non saprei dire che significa ma propendo per l’idea che non significhi un cazzo.
L’ultimo fenomeno shitpop non è nemmeno arrivato ancora sulle pagine di Pitchfork, che già qualcuno invita a boicottarlo: “non è altro che un guilty pleasure, risultato di corruzione governativa e lavoro schiavista” scrive infatti Impose Magazine. Si riferisce ironicamente a ciò da cui Weed Diamond trae nome e ispirazione. I 2’42” di “Let’s Burn One Down” sono in questo senso un ottimo concentrato di scorrettezza: “Let’s work this out, let’s burn one down” è l’incipit introduttivo che ne riassume anche il contenuto. Roba ambiziosa insomma, però intendiamoci: non è affatto l’osvaldology che ci si potrebbe aspettare dal titolo (cioè quel fumato misto di hip-hop-reggae-benharper tipico da pugliese…
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