As you can maybe guess from his name, and even more from the title of his album (“Um Fim De Semana No Pònei Dourado”), B Fachada is a Portugese-singing artist. And in fact he’s really Portugese, not Brazilian: and it would be a shame to overlook him because of the language. There’s even an entire entire “portugese scene” to discover, so welcome to this first one.
There’s no fado here, but a risky martini of (ehm) Brazilian styles with an Indie-rock approach. The result is far from being cheesy: languid and sentimental without doubt, but rhythmically sparkling and spread of vocal transgressions. And where the bearing gets lamest, like in…
“If you like Bon Iver, Fleet Foxes and all the other bearded hippies, this is for you”.
Or maybe, as for me, if you don’t like Fleet Foxes and even less Devendra Banhart, this is for you. I even ignore if this English guy known as Silent Paper Radios has got a beard. Oh, whatever. He came out last year with “Reborn As A Wind Chime”, and now he’s back with “The Willow Tree” EP (both available for free). “Calm acoustic songs, sometimes with banjo or some other kling klang instrumentation”, as mblogger DFBM explains.
First of all, I feel ashamed of writing this entry in English. So, why am I doing this? Because I think that, for non-Italian-people, an awful English will still make more sense than a well written Italian: and I see no reason for which the present column should be limited to my fellow berluscolandia readers.
And now, let’s talk about Ye Olde Maids. They are a “duo” with one real person and his imaginary friend. Both of them sing: one with a male voice, the other with a faux feminine, screeching falsetto.
I Givers sono un allegro collettivo della Louisiana, e risultano dall’innesto di una jungle guitar dentro una piantagione di cotone.
L’anno scorso se ne sono usciti con un ep dal titolo “Givers (EP)”, con cinque pezzi che sono di fatto quattro più un remix. Balli campagnoli, spensierati, divertenti, anche un po’ zotici, ma al tempo stesso memori di quello stile che una volta si chiamava “indie”. Melodie muscolose, sorriso pucci, struttura elementare, insomma un trionfo per il network del LOL. Se lo scoprissero certi bloggers di nostra conoscenza, guiderebbero il trenino di capodanno su “Ceiling Of Plankton”, mentre squinzie-hipster e sfitinzie-strappone fanno finalmente la pace.
L’hiphop strumentale dovrebbe essere una contraddizione in termini, dato che dell’hiphop manca l’elemento più importante (il flow intendo, non le parolacce). Ma almeno Endtroducing di Dj Shadow aveva dimostrato, nei remoti anni ‘90, che tale mancanza poteva paradossalmente ridare vitalità ad un genere che già allora si stava avviando ad una triste vecchiaia.
L’ultimo album di Caethua, “The Long Afternoon Of Earth”, è stato recensito anche da Blow Up nel numero di febbraio: dove la si definisce “la più cantautorale (ed è un complimento) tra le ragazze emerse dall’ultima generazione di adepte della cosiddetta ‘New Weird America’”.
A dire il vero, io avrei qualche perplessità sul fatto che cantautorale sia un complimento: queste cose mi fanno subito pensare a Cat Power.
Gli Irreprimibili sono un’orchestra pop di 10 elementi, guidata da un cantante che fa un uso di falsetto e vibrato largamente superiore alla media: motivo per il quale lo si paragona ad Antony & the Johnsons, nonché a Jeff Buckley. Che poi il vibrato ed il falsetto esistevano anche prima, no?
Al di là delle somiglianze vocali, sono vicini al mondo del ehm, “musical”: espressione che ormai fa pensare a Cocciante o Maria De Filippi (o il loro compaesano Simon Cowell), quindi aiuta poco a capire gli Irrepressibles. Qui i riferimenti sono molto più novecenteschi, diciamo da Gershwin a Bernstein a Weill. Forse anche Michael Nyman, purtroppo.
Temo che questa sia una tessera alla memoria, perché The Duckworth Lewis Method hanno già annunciato il loro scioglimento, poco dopo la pubblicazione del loro primo ed unico album.
Eh sì, la NuovaP2 si evolve così rapidamente che non si riesce a starci dietro e le presentazioni coincidono con gli addii. Una botta e via. O meglio, in questo caso, una battuta e via perché il disco in questione è in pratica un concept sul cricket: che secondo le accurate indagini compiute da Complottoemezzo, risulterebbe essere uno sport nel quale ci sono delle palle da colpire con un bastone.
“Facciamo canzoni semi-illetterate su sesso, malattie e declino della civiltà occidentale”, spiegano Jordaan Mason e il Museo del Cavallo sul loro myspace: e nessuno finora è riuscito a definirli meglio di così. Ma questo semi-illetteratismo va interpretato, perché serve soprattutto ad esorcizzare il probabile riferimento al versante opposto: ovvero il folk iper-alfabetizzato (e come si dice in questi casi, “poetico”) alla Decemberists ed Okkervil River, che sembra essere la collocazione naturale per Mason ATHM.
Un paio di settimane fa, Radio Vaticana ha attaccato Avatar perché colpevole di “panteismo”: “strizza abilmente l’occhio a tutte quelle pseudo-dottrine che fanno dell’ecologia la religione del millennio. La natura non è più la creazione da difendere, ma la divinità da adottare”. Al di là del giudizio rosicone, i vaticans hanno inquadrato perfettamente il fenomeno. Dal cinema, dalla letteratura, dalla musica emerge sempre più il profilo di una religione verde; che di per sé non sarebbe neanche una novità – basta pensare all’Impressionismo in pittura – ma oggi trionfa nella prospettiva dell’annunciata apocalisse da cambiamento climatico.
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