March 20th, 2010

No.58: Silent Paper Radios

“If you like Bon Iver, Fleet Foxes and all the other bearded hippies, this is for you”.

Or maybe, as for me, if you don’t like Fleet Foxes and even less Devendra Banhart, this is for you. I even ignore if this English guy known as Silent Paper Radios has got a beard. Oh, whatever. He came out last year with “Reborn As A Wind Chime”, and now he’s back with “The Willow Tree” EP (both available for free). “Calm acoustic songs, sometimes with banjo or some other kling klang instrumentation”, as mblogger DFBM explains.

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March 20th, 2010

Arrivano i giornalisti robot

Le Monde indaga sul progetto della Northwestern university chiamato “Stats Monkey”: un software in grado di scrivere articoli in piena autonomia.

Giovanni de Mauro su Internazionale commenta: “E’ successo agli operai di mezzo mondo, non si vede perché non debba succedere anche ai giornalisti. Un bel giorno si svegliano e scoprono di essere stati sostituiti da una macchina”.

Per ora Stats Monkey è specializzato nel baseball. Arriverà presto un Castaldo androide?

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March 19th, 2010

La destra scopre i cantautori

Mentre Fini lancia Generazione Italia, il Secolo d’Italia dedica il suo paginone centrale a “uno dei più importanti fenomeni della cultura popolare italiana del secondo ‘900: la canzone d’autore come genere autonomo”.

Il titolo è “La rivoluzione (lunga 30 anni) dei cantautori”. Bene, ma allora non potevano dirlo 30 anni fa?

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March 19th, 2010

Ombre su Pitchfork

Dopo il post di Everett True, un musicista accusa: “Hanno tentato di vendermi un ‘pacchetto promozionale’ dopo che avevo inviato un cd da recensire”.

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March 19th, 2010

Musica e Camorra / 2

di Marcello Ravveduto (da “Napoli… Serenata Calibro 9″, Liguori Editore, 2007, p.7-11)

La canzone napoletana sin dalle origini ha avuto due percorsi paralleli: l’uno popolare legato alla vita quotidiana della gente che vive nei vicoli e nei bassi, l’altro colto, influenzato dalla musica da camera e dal melodramma, ad uso e consumo delle classi elevate. Alla metà dell’Ottocento, grazie all’opera dei “padri fondatori” della canzone classica napoletana, i due percorsi vengono unificati. I due modelli si fondono creando un prodotto culturale la cui fruizione è accessibile a tutti. Il punto di forza della canzone classica napoletana è, dunque, l’interclassismo. Aristocratici e plebei, borghesi e proletari si uniscono e si dividono trasversalmente per sostenere una canzone o un cantante. Tra il 1880 e il 1945, Napoli fu sconvolta da un sisma musicale. Si creano condizioni favorevoli ed irripetibili: si forma un gruppo di autori e musicisti che diffondono la canzone napoletana in tutto il mondo.

[...] La poesia musicale della canzone classica napoletana è il frutto della riflessione letteraria dei salotti borghesi della Napoli fin de siècle. Il racconto romanzato della nascita di Te voglio bene assaie, con quel diffondersi di note raccolte e cantate dal popolo in una notte di luna, rappresenta un passaggio di testimone: prima era la borghesia che ascoltava nelle piazze e nei vicoli le canzoni che rispondevano ad un istintivo e diffuso bisogno di lamento popolare, ora è il popolo che attende la manifestazione di Piedigrotta per leggere e ripetere i testi delle canzoni scritte dagli autori borghesi. La canzone classica è il raggiungimento di una nuova visibilità civile della borghesia napoletana. I versi e la musica hanno un nome ed un cognome. Esprimono la cultura della società civile che conquista potere contrattuale nei confronti del dominio politico [...].

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