di Marcello Ravveduto (da “Napoli… Serenata Calibro 9″, Liguori Editore, 2007, p.7-11)
Read AlsoLa canzone napoletana sin dalle origini ha avuto due percorsi paralleli: l’uno popolare legato alla vita quotidiana della gente che vive nei vicoli e nei bassi, l’altro colto, influenzato dalla musica da camera e dal melodramma, ad uso e consumo delle classi elevate. Alla metà dell’Ottocento, grazie all’opera dei “padri fondatori” della canzone classica napoletana, i due percorsi vengono unificati. I due modelli si fondono creando un prodotto culturale la cui fruizione è accessibile a tutti. Il punto di forza della canzone classica napoletana è, dunque, l’interclassismo. Aristocratici e plebei, borghesi e proletari si uniscono e si dividono trasversalmente per sostenere una canzone o un cantante. Tra il 1880 e il 1945, Napoli fu sconvolta da un sisma musicale. Si creano condizioni favorevoli ed irripetibili: si forma un gruppo di autori e musicisti che diffondono la canzone napoletana in tutto il mondo.
[...] La poesia musicale della canzone classica napoletana è il frutto della riflessione letteraria dei salotti borghesi della Napoli fin de siècle. Il racconto romanzato della nascita di Te voglio bene assaie, con quel diffondersi di note raccolte e cantate dal popolo in una notte di luna, rappresenta un passaggio di testimone: prima era la borghesia che ascoltava nelle piazze e nei vicoli le canzoni che rispondevano ad un istintivo e diffuso bisogno di lamento popolare, ora è il popolo che attende la manifestazione di Piedigrotta per leggere e ripetere i testi delle canzoni scritte dagli autori borghesi. La canzone classica è il raggiungimento di una nuova visibilità civile della borghesia napoletana. I versi e la musica hanno un nome ed un cognome. Esprimono la cultura della società civile che conquista potere contrattuale nei confronti del dominio politico [...].
Dalla penna degli autori borghesi viene alla luce una Napoli oscura popolata da personaggi di malaffare colpevoli e condannabili di cui, tuttavia, se ne illuminano le paure, le debolezze, le fragilità per renderli più umani ed apprezzabili. La canzone classica dipinge i “bassifondi della modernità”. Una Weltanschauung sensibilissima agli abusi ed ai tormenti che schiacciano i più umili incapaci di godere i frutti del progresso etico e civile apportato dall’unificazione nazionale.
Dal secondo dopoguerra in poi le classi dirigenti della città hanno strumentalizzato questo corpus letterario per “purificare” l’identità di Napoli dalle scorie di violenza che ne offuscavano l’immagine. Le storie di malavita sono state occultate per mettere in scena un’identità artefatta. Napoli deve comunicare un’immagine positiva al mondo: ‘o sole, ‘o mare, ‘a pizza, ‘o mandulino. Sul volto della città cala una maschera che cela il vero volto: Pulcinella trascina con sé il sospetto di un’identità posticcia [...].
Lo snobbismo della borghesia ha consentito alle “classi pericolose” di avere un’evoluzione autonoma: la camorra è stata posta fuori dalla “normalità quotidiana” [...]. Passano gli anni ma la minoranza violenta è sempre lì, incombente come una minaccia, pronta a dimostrare la radicale infondatezza della identità borghese con l’asserzione della propria diversità, rivendicando una cultura autonoma con la quale fare pressione su un avversario sociale che non è in grado di utilizzare la violenza.
La canzone neomelodica è diventata allora la voce di un’identità di “risulta”, l’espressione popolare del fallimento dell’integrazione di Napoli nel contesto nazionale. Dopo oltre un secolo le storie di marginalità sociale e di malavita sono sempre le stesse, però questa volta gli autori e gli interpreti non vogliono stimolare l’interesse dell’opinione pubblica nazionale. La marginalità e la malavita, abbandonate a se stesse, hanno prodotto una letteratura autonoma. Si raccontano avventure che non ammettono pruderie moraleggianti. Durante il Novecento si assiste ad una impercettibile mutazione: la canzone della malanapoli, sottratta nella seconda metà dell’Ottocento allo spontaneismo popolare, per gettare un ponte tra Napoli e l’Italia, torna nelle mani del popolo che non è più disposto a mostrarsi umile ed offeso, anzi diventa orgoglioso della sua marginalità. La canzone napoletana apre il Novecento proponendosi come elemento di integrazione nazionale, lo chiude degradandosi in fattore di separazzione locale. Allo stesso modo il popolo, che pare avviarsi sulla strada piccolo borghese, è caduto nuovamente nel baratro del plebeismo.
Solo seguendo l’evoluzione del panorama musicale popolare, da secondo dopoguerra ad oggi, si può comprendere come gli abitanti dei vicoli, dei rioni, dei quartieri e poi delle periferie abbiano filtrato e reso pubblica la mutazione di una mentalità collettiva [...].
Dietro i versi di una canzone napoletana c’è una scelta identitaria: l’autore individua l’argomento per entrare in contatto con una specifica platea. La canzone è la rappresentazione di un mondo “interiore” che emerge attraverso la voce dell’interprete. Il cantante, insieme al testo e alla melodia, è parte integrante della canzone. La sua interpretazione può rafforzare o indebolire il testo, può dare maggiore credibilità artistica al componimento e può esaltare l’intenzionalità dell’autore, veicolando un insieme di valori condiviso dagli ascoltatori. Non è secondatio, inoltre, il ruolo svolto dalla sintassi, dalla metrica e dalle scelte lessicali che distanziano, qualitativamente, la canzone classica napoletana dalla neomelodica.

