di Giuliano Amato (Prefazione a “Napoli… Serenata Calibro 9″ di Marcello Ravveduto, Liguori Editore, 2007)
A metà dicembre del 2006 una mia osservazione sui neomelodici, durante la presentazione del libro Le strade della violenza, scritto da Isaia Sales in collaborazione con Marcello Ravveduto, ha scatenato una polemica tra cantanti ed autori. Riprendendo alcuni passaggi dell’opera, ho notato come alcune canzoni fossero espressioni della pervasività della mentalità camorrista. Una vera e propria cultura popolare che tende ad innalzare il camorrista alla figura dell’eroe guerriero, il carcerato a vittima sacrificale della società e il pentito a traditore di un apparato economico e sociale definito ‘O Sistema [...].
In realtà, tra i tanti ritardi accumulati negli studi sulla camorra, vi è il tema della cultura popolare. Come si forma l’immaginario collettivo di migliaia di napoletani che vivono gomito a gomito con i boss dei clan?
Il libro di Ravveduto coglie appieno questa sfida. E’ una ricerca di storia contemporanea che scandaglia tra le pieghe oscure dei luoghi dove si organizza il consenso culturale agli affari dei clan. E’ un racconto di Napoli e della camorra che rende visibili gli aspetti di una mentalità popolare attraverso la letteratura dell’emarginazione. L’autore utilizza come fonte i testi delle canzoni neomelodiche e le immagini dei film della MalaNapoli per narrare una particolare specie di modernizzazione napoletana. Dalla metà degli anni Settanta nei quartieri a rischio della città si è formata una “opinione pubblica” che considera la camorra un elemento “naturale” insostituibile e, in alcuni casi, irrinunciabile del vivere urbano. Una cultura omogenea ed escludente privata delle caratteristiche di promiscuità ed interclassismo tipiche della canzone classica napoletana e della sceneggiata.
Ravveduto ricostruisce lo svuotamento dei quartieri del centro storico e la costruzione delle periferie metropolitane per rintracciare il mutare delle condizioni culturali [...]. La cruda applicazione del funzionalismo urbano, sostenuta dalla necessità di offrire un alloggio dignitoso anche ai ceti meno abbienti, ha spezzato l’antica promiscuità tra nobili e plebei, tra borghesi e proletari, separandoli in quartieri omogenei sulla base di una discriminazione professionale e di reddito. Napoli è diventata un arcipelago. Ogni rione, quartiere o area submetropolitana vive per se stesso, come un’isola autosufficiente, pur condividendo un’unità apparente [...]. In tale contesto urbano è stato gioco facile per la camorra organizzare un sistema economico, sociale e culturale autonomo [...].
Se il boss garantisce reddito ed occupazione, se il killer difende l’ordine costituito, se i guagliuni ‘e miez ‘a via sono i lavoratori del “distretto industriale”, se i carcerati sono le vittime sacrificali di uno Stato disinteressato e nemico, se i pentiti, con le loro dichiarazioni, mettono in crisi ‘O Sistema, allora appare “logico” che ci siano autori disposti a decantarne le gesta, perché esiste un pubblico, direttamente o indirettamente coinvolto negli affari dei clan, disponibile ad ascoltarle [...].
In conclusione, il libro di Ravveduto è una risposta storico-scientifica ad una provocazione culturale. Riafferma il valore della canzone napoletana e della cinesceneggiata come emersione del sentire popolare. L’autore osserva ed ascolta quella parte del popolo partenopeo che negli ultimi quarant’anni, o quasi, ha costruito, in completa solitudine, una cultura della separazione giungendo ad un epilogo preoccupante: alcuni testi e sceneggiature avallano lo stile di vita dei camorristi, emanando un messaggio culturale che rischia di diventare propaganda cultura del “governo totalitario” della illegittima.
Qualcuno ha detto, in polemica con quanto detto da me nel dicembre 2006, che le canzoni neomelodiche di malavita sono frutto del neorealismo popolare: gli autori riportano storie vere di uomini e donne residenti in contesti dominati dalla camorra. Questo conferma l’urgenza di un intervento del Governo e dello Stato volto a liberare intere aree urbane del capoluogo campano dalla asfissiante presenza dei clan. Quando la camorra non apparterrà più alla storia collettiva di Napoli i cantanti neomelodici continueranno a cantare, i parolieri continueranno a scrivere, ma le vicende avranno come protagonisti i tanti che ogni giorno affrontano mille difficoltà per vivere onestamente.


