March 14th, 2010

Pubblico e privato

Tra le tante cose buone portate dalla Rivoluzione Francese, ce ne sono almeno un paio di dubbia utilità: la ghigliottina e il diritto d’autore. Ma se la prima è stata ben presto sostituita da strumenti più efficaci, il secondo è tutt’oggi alla base del nostro sistema culturale ed artistico. E a torto siamo abituati a considerarlo unicamente in rapporto allo sfruttamento economico delle opere, che è in realtà il suo aspetto meno significativo. Ben più importante è infatti la proprietà morale su ciò che l’artista crea: il diritto, insomma, a disporne come vuole, incluso quello a distruggere l’opera o mantenerla inedita.

Grandi dilemmi, per esempio, sta suscitando in questi giorni l’uscita dell’ennesimo album inedito di Jimi Hendrix. Molti commentatori si chiedono: è “giusto” raschiare il fondo del barile, rovistare tra gli scarti come tombaroli a caccia delle reliquie di un santo? E’ questo “ciò che lui avrebbe voluto”? E una questione simile si sta ponendo in Francia con l’uscita di uno spot volgarotto che utilizza un vecchio spezzone televisivo di John Lennon per pubblicizzare la nuova Citroen C3.

In questi casi si tende a puntare il dito accusatore sull’avidità degli eredi, colpevoli di autorizzare tali profanazioni per lucrare – appunto – sui diritti d’autore. Ma lo scandalo maggiore, a mio parere, non è nemmeno il lucro: è il fatto che ogni YokoOno di turno possa decidere di fare tutto ciò che vuole con le opere (e con l’immagine) del caro genio estinto. I soldi in fondo chi se ne frega, ma perché affidare loro la potestà assoluta? E’ semplicemente assurdo che i modi e i tempi di fruizione di un’opera musicale, come di qualsiasi opera d’arte, siano ostaggio di chi non ha avuto parte alcuna nel processo creativo; e si trova ad avere l’ultima parola solo in virtù dei propri rapporti personali ed affettivi.

Io per la verità sarei anche un po’ più estremo, perché credo che nemmeno l’artista stesso dovrebbe essere detentore di un supremo diritto morale sulla propria opera. “Io l’ho creata e io ne faccio ciò che voglio” è un metodo assai primitivo di vedere la questione: la verità è che gli artisti spesso sono dei pessimi giudici di se stessi; e quando intervengono gli editori o le case discografiche, a dividere ciò che deve essere “pubblico” da quanto conviene rimanga “privato”, è ancora peggio. Per cui il problema non è “perché si pubblicano gli inediti di Hendrix”, ma – al contrario – “perché non si pubblicano tutti” senza diluirli furbescamente nel tempo (questo sì, mezzuccio squallido della più bassa lega). In un sistema sano, dovrebbero invece essere il pubblico e la critica a fare i giudizi e le distinzioni, senza filtri arbitrari alla fonte. Perché la musica – in ogni sua forma, dallo spartito all’incisione discografica – non ha altri legittimi padroni di coloro che l’ascoltano.

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