Come segnalato da Riccardo Lenzi su L’Espresso, il crescente successo dei pianisti cinesi sta creando tensioni e malumori. In polemica con il premio assegnato a Lang Lang dal Festival di Brescia e Bergamo, la vedova di Arturo Benedetti Michelangeli ha addirittura chiesto che si rimuovesse il nome del marito dalla locandina della manifestazione. Lang Lang è infatti considerato da molti la via di mezzo tra un giovanniallevi ed un pianista “vero”, molto amato dal pubblico ma detestato dagli intenditori per la sua cialtronaggine. E se l’istituzione – invece di lanciare nuovi talenti con i propri criteri – si limita a ratificare le scelte già effettuate dal pubblico, abbiamo lo stesso meccanismo in atto nel festival di Sanremo egemonizzato dai talent show: una perdita di prestigio. E ok, lo so che la parola “prestigio” associata a Sanremo fa un po’ ridere, ma il poppolo finora aveva sempre avuto questa soggezione, anzi questa attitudine spaventosamente reverenziale rispetto a concorsi e giurie: il cui prestigio serve a giustificarne il ruolo guida rispetto alla formazione del gusto.
O per meglio dire, serviva: perché ultimamente i rapporti sembrano sempre più ribaltati, le giurie hanno la tentazione di darsela a gambe e la sovranità viene platealmente ceduta (almeno in apparenza) al poppolo medesimo. Ma c’è una forza uguale e contraria da parte delle élites che resistono; e a Sanremo – coerentemente – ha preso la forma di una effimera pagliacciata spettacolare, mentre in ambito classico si gioca per ora dietro le quinte. Qui è in atto ormai una sorta di guerra del pianoforte: non c’è infatti nessun compromesso possibile fra l’approccio di un Pollini e quello di un Lang Lang, fra l’italian style e il made in China, insomma fra una tradizione prestigiosa (ma in via di estinzione) e la rampante ignoranza del nuovo. E come scrive Norman Lebrecht, era dai tempi di Mozart e Clementi che non si assisteva ad una dicotomia così estrema tra due modi diversi di interpretazione pianistica. Quella volta finì pari.


