di Piergiorgio Pardo (Blow Up, gennaio 2010, p.140)
In America stava finendo l’era Carter e ci si immetteva sulla puritana strada in mattoni gialli dell’edonismo reaganiano. Il sogno diventava inconsistenza, l’utopia lusso, il futuro presente, il presente attimo, la sessualità un impulso estetizzante; mentre si affermava quell’unico e gigantesco meccanismo di rimozione del dolore che sono stati gli anni ‘80. Quel mondo scelse una voce su tutte per cantare di sé: nella sua più compiuta formulazione il talento interpretativo di Michael è, in piena consentaneità con l’epoca che lo ha espresso, un meccanismo di negazione / rimozione in atto. Della sofferenza, dell’identità razziale, anagrafica e di genere, degli impulsi. [...] Muoviamo dalla questione razziale. In “Thriller” Michael ridusse al minimo le inflessioni black del cantato: la sua voce è penetrante, “in maschera”, ovvero fatta risuonare attraverso fronte, zigomi e cavità del setto nasale, ben compressa in studio di registrazione e già di per sé, al momento dell’emissione, per scelta il più possibile deprivata di armonici e vibrato.
Tale attitudine in alcuni dei brani veste stilemi rock, con le sillabe scandite per fonemi consonantici e senza alcuna concessione ai virtuosismi e all’allungamento delle vocali tipici dell’r&b.
Anche dal punto di vista del tempo, Jackson divide la frase con la stessa concezione di un cantante pop: nelle canzoni più intimiste sta “indietro” e rilassato sul beat, privilegiando però una esposizione del testo lineare e ben ricompresa nell’arco della battuta, mentre nei brani veloci ottiene il giusto “tiro” ritmico stando addosso agli ottavi con accenti che sottolineano fortemente il battere (in ‘Beat It’ i più marcati). Chiarificatore l’esempio di ‘Billy Jean’: il brano è costruito su un riff di basso, le strofe sono periodi di blues narrativo e il ritornello è articolato su una pentatonica, con armonizzazioni alla Quincy Jones nelle parti corali. Dal punto di vista compositivo i presupposti sono dunque essenzialmente black. Non così però l’interpretazione vocale che, agendo di cesello sull’asciuttezza ritmica e giovandosi di un timbro nervoso e metallico, con occasionali falsetti di supporto, prende le distanze da ogni cliché soul-funky, per darsi un linguaggio suo proprio, di gusto squisitamente pop.


