February 22nd, 2010

Pericolo cinese

Di Riccardo Lenzi (L’espresso n.8, 25 febbraio 2010, p.57)

Le serpentine indemoniate di un Horowitz, i possenti accordi di un Arrau, la capacità di far cantare il proprio strumento come Caruso di un Rubinstein, riconoscibili fra mille interpreti al primo ascolto in disco per il loro tocco unico, sono sempre stati, per il critico musicale del “New York Times” Harold Schonberg, l’occasione di un acuto e inconsolabile rimpianto, se paragonati alla verve dimessa dei pianisti delle generazioni successiva, a suo modo di sentire così impersonali, assuefatti a una maniera comune di esprimersi, “incapaci di suonare Mozart, Beethoven o Chopin con i propri tratti stilistici, i colori irripetibili”. Probabilmente avrebbe approvato la scelta della vedova di Arturo Benedetti Michelangeli, la signora Giuliana, di ritirare il nome dell’illustre consorte dalla locandina del prestigioso Festival pianistico di Brescia e Bergamo, dichiarando di non riconoscersi più nel profilo della manifestazione, che ormai non rispecchierebbe gli ideali artistici che il marito aveva sempre perseguito con determinazione.

Dietro a tutto questo ci sarebbe stato soprattutto il premio assegnato a Lang Lang, giovane pianista cinese, fenomeno per alcuni, non altrettanto per altri critici. In effetti in questi mesi assistiamo alla messa in discussione della romantica figura del pianista, in Italia evidenziata dalla resistibile ascesa di Giovanni Allevi, […] collaboratore di Jovanotti e un po’ attempato “secondo Mozart”, come lo definiscono i suoi ammiratori. Ma è l’onda dei pianisti orientali (solo in Cina sarebbero 80 milioni) a preoccupare i cultori del pianismo come forma d’arte. Da Marc Yu, nato a Macao nel 1999, osannato, oltre che nei più popolari talk-show americani, al Festival di Sanremo di due anni fa, e implacabilmente soprannominato “il piccolo Mozart”, al ben più affermato e citato Lang Lang, protagonista dell’ultima cerimonia d’apertura delle Olimpiadi cinesi.

Per il critico musicale Paolo Isotta, a esempio, “Lang Lang è un fenomeno che, artisticamente, non convince. E’ un cocktail che contiene al 50 per cento Chopin e al 50 per cento Frank Sinatra”. La colpa di questo abbassamento di livello dell’arte dell’interprete sarebbe, almeno in Italia, anche dei troppi conservatori, che dovrebbero essere ridotti a selezionate scuole di eccellenza. “Oggi ci sono troppi diplomati”, sostiene infatti Isotta: “Questo, paradossalmente, è un inciampo rispetto a ciò che dovrebbe costituire un musicista di talento. Non voglio mettermi a parlare dei vari Allevi, faccio una considerazione seria: stiamo assistendo a un blocco delle generazioni. Attualmente non conosco musicisti italiani “veri” che siano al di sotto dei quarant’anni”.

[…] Secondo il critico Giorgio Pestelli “c’è il rischio di un’omologazione dell’interprete, anche per il fatto che ormai da decenni il repertorio si è un po’ schematizzato, fossilizzato sui grandi classici. In fondo i vari Serkin e Rubinstein avevano partecipato alla musica del loro tempo, si riconoscevano nei loro stili, forse anche perché artisti più ‘stanziali’, legati a scuole nazionali, a pubblici ben definiti. Lang Lang alterna momenti molto validi e interessanti ad altri decisamente fuori binario, proprio perché dovuti a una mentalità corrente, alle imposizioni del mercato, che lo costringono ad affrontare degli spartiti sui quali dovrebbe meditare di più”.

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  1. [...] segnalato da Riccardo Lenzi su L’Espresso, il crescente successo dei pianisti cinesi sta creando tensioni e malumori. In polemica con il [...]

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