Suppongo che non molti abbiano idea di chi siano gli Hermit Thrushes, quindi cominciamo dicendo che sono in cinque e vengono da Philadelphia. E buttiamo subito giù due coordinate – “math” e “folk” – che possono iniziare a definire la loro posizione all’interno dell’arco parlamentare.
Per chi non lo sapesse, il “math” è un sotto- (o pseudo-) genere che ha attraversato gli anni Novanta parallelamente al post-rock, per poi cadere in disuso. In pratica si tratta di una frangia particolarmente massimalista ed intellettualistica del rock, dal quale si distingue soprattutto per la complessità ritmica: al posto del 4/4, i pezzi sviluppano infatti una trama irregolare e mutevole. E’ comunemente noto come “il rock che piace ai jazzisti”.
Il filone math, però, si contraddistingue anche per un impatto diabolicamente pesante (al confine col metal, diciamo). Ed è qui che gli Hermit Thrushes si differenziano, proponendo al contrario sonorità che ruotano attorno ad una sorta di folk orchestrale molto versatile: alle volte l’irrequietezza profonda si nasconde sotto una superficie soffice, sommessa e malinconica; altre volte trapela in forma di dissonanze o di asperità timbriche, che sono poi la naturale estensione di quelle strutturali (soprattutto ritmiche e armoniche).
Il rischio – come si può immaginare – è che questi elementi rimangano disgiunti l’uno dall’altro, creando giochini astrattamente affascinanti ma sterili (come del resto la maggior parte del rock quando cerca di darsi un tono saccente e progressivo): ogni tipo di irregolarità in musica rappresenta, del resto, una forza conflittuale e disgregante. Gli Hermit Thrushes trovano però il modo di tenere tutto insieme grazie ad un’attitudine pop decisamente improbabile – nessuno credo si sognerebbe di definirli “pop” in prima istanza – eppure in grado di esercitare una spinta centripeta efficace, attorno alla quale definiscono uno stile per nulla confuso e solo apparentemente caotico.
Va detto che il mirabile equilibrio regge anche perché i pezzi degli Hermit Thrushes sono in genere brevissimi: a parte “A Good Dream” (4’33”) e “Song From Boat” (3’18”) i brani che compongono il nuovo disco “Slight Fountain” non arrivano infatti a tre minuti – e in molti casi, neanche a due.
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