January 31st, 2010

Stalking Salinger

Il nemico pubblico numero 1 della critica musicale (anzi, della critica, anzi, del mondo civilizzato) si chiama biografismo. Il biografismo è la faccia presentabile del gossip, l’anello di congiunzione tra il buco della serratura e la cultura, insomma per farla breve è il buco della cultura. E dentro questo buco si trova un po’ di tutto, dalle indagini parastoriche sulle bizze di Beethoven fino all’infimo livello degli autospettegolamenti di Carmen Consoli su Vanity Fair (quest’ultimo gradino si chiama “prestarsi al gioco”, ma il verbo è un eufemismo).
Naturalmente, oh, il biografismo esiste perché i lettori lo vogliono. O meglio: i fans lo vogliono. Perché quando si divinizza un artista, la sensazione di entrare in contatto “terreno” con lui – ovvero con ciò che fa e dice la forma umana, in carne ed ossa, del dio – è evidentemente un desiderio supremo. O più modestamente, come diceva Salinger, “reading a really good book makes you want to phone up the author”: e sarebbe venuto da rispondergli “senti chi parla”, però aveva ragione. Del resto la psicologia del fan è molto più interessante di quella dell’autore: perché studiare quest’ultima serve più che altro a normalizzarla, sminuirla, mostrarla nelle banalità della vita quotidiana (essendo la straordinarietà contenuta nelle opere, non nella persona); mentre quella del fan è a contatto con l’Assoluto, magari in maniera non razionale e pure un po’ patologica, ma allo stesso tempo con un’intensità che ha pari solo nella stessa creazione artistica.
Ma il fan resta un male, perché è egoista. E’ incapace di dare. Tiene la sua passione tutta per sé, la riceve passivamente, e diciamolo, quando prova ad estrinsecarla o evangelizzarla si rende soltanto patetico oltreché molesto. E a questo proposito, il nuovo libro di Nick Hornby non è mica così stupido come presumevo che fosse (ricordo che la parziale lettura di Alta Fedeltà è stata per me un’esperienza irritante come poche altre). Più che altro nei primi capitoli di Juliet Naked, a dire il vero, l’ossessione di Duncan per il songwriter Tucker Crowe viene indagata con una sottile perfidia: defraudandola a poco a poco degli intellettualismi, fino a mostrarla in tutta la sua perversa vacuità. E trattandosi di musica immaginaria, la storia assume inevitabilmente il carattere di una riflessione filosofica su biografismo e fandom nell’era del web. Anche se per la verità ho ancora qualche dubbio su dove voglia andare a parare: in fin dei conti, è pur sempre Nick Hornby.

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January 31st, 2010

La Cina è prima anche nella pirateria

E’ polemica sui risultati di una ricerca presentata al MIDEM di Cannes, da cui si deduce che la Repubblica Popolare batterebbe tutti nel download illegale di musica.

Al secondo posto la Corea del Sud, nonostante in assoluto sia il paese più proibizionista dopo la legge-ghigliottina entrata in vigore a luglio 2009 (e simile a quella proposta in Francia da Sarkozy).

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January 28th, 2010

Tessera n.49: Hermit Thrushes

Suppongo che non molti abbiano idea di chi siano gli Hermit Thrushes, quindi cominciamo dicendo che sono in cinque e vengono da Philadelphia. E buttiamo subito giù due coordinate – “math” e “folk” – che possono iniziare a definire la loro posizione all’interno dell’arco parlamentare.
Per chi non lo sapesse, il “math” è un sotto- (o pseudo-) genere che ha attraversato gli anni Novanta parallelamente al post-rock, per poi cadere in disuso. In pratica si tratta di una frangia particolarmente massimalista ed intellettualistica del rock, dal quale si distingue soprattutto per la complessità ritmica: al posto del 4/4, i pezzi sviluppano infatti una trama irregolare e mutevole. E’ comunemente noto come “il rock che piace ai jazzisti”.

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January 27th, 2010

La seduta spiritica

di Joseph Stannard (The Wire #311, january 2010, p.43)

Over the past decade, the revenant, or returning spirit, has been revealed as one of the dominant forces in modern music, to the point where even the US noise underground is yielding to its supernatural will. The most visible example of this tendency is the aesthetic known as hauntology, identified by Mark Fisher and Simon Reynolds in the mid-2000s, chiefly in response to the music of UK label Ghost Box. Rather than trickling out of vogue as even its staunchest advocates might have anticipated, the concept has proven unexpectedly adaptable. Ghost Box themselves have evolved well beyond the purely parochial – Belbury Poly’s From An Ancient Star incorporated shades of disco and dub, while the Warp-released collaboration between The Focus Group and Broadcast, Investigate Witch Cults Of The Radio Age, was vastly more impressive than its modest billing as a stopgap EP might have suggested.

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January 26th, 2010

Rockit boccia Iosonouncane

Secondo Giorello “potrebbe essere un genio”, se avesse le conoscenze giuste. “Ci vuole il Giorgio Canali di turno che lo metta in riga, che lo produca e gli dia una forma precisa: altrimenti finirà nello scatolone weird folk, musica considerata per pochi”.

Insomma quelli che dovrebbero semmai essere titoli di merito, per il mainstrindie diventano ufficialmente una colpa.

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