November 16th, 2009

Processo breve

Prima che cada in prescrizione, ci teniamo a pronunciare il nostro frettoloso ma non meno veritiero giudizio:

il nuovo album di Carmen Consoli fa abbondantemente e pesantemente

ca-ca-re.

L’udienza è tolta.

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November 15th, 2009

Arriva il Federalpopolare

In Usa, la Camera ha dato il via libera alla riforma sanitaria.
A Berlino, si sono celebrati i vent’anni dalla caduta del Muro.
Ma anche in Italia viviamo in questi giorni i nostri momenti storici: il Festival di Sanremo ha infatti annunciato una modifica del regolamento, che consentirà d’ora in poi di cantare canzoni in dialetto (purché siano “espressioni di cultura popolare”).
Ovviamente la Lega Nord esulta; ed anche Repubblica accredita a Bossi il merito – ammesso che di merito si tratti – della svolta, titolando ieri in prima pagina “Sanremo leghista, si canterà in dialetto”. Michele Serra rivendica, altrettanto ovviamente, che fino agli anni ‘70 furono le avanguardie intellettuali della sinistra marxista a tirare la carretta della canzone dialettale. Personaggi come l’ancora attiva Giovanna Marini, o (aggiungo io) l’etnomusicologo Roberto Leydi, e ancor prima Ernesto de Martino, sono andati a salvare quelle musiche davvero “del popolo” – quelle cantate dalle mondine durante il lavoro nelle risaie, per esempio – e così facendo, hanno cercato di rivoluzionare il concetto stesso di arte: l’espressione collettiva dei popoli, appunto, in senso pasoliniano, come alternativa all’arte occidental-borghese che si identifica nel concetto di “autore”.
Allora, questi studiosi e musicisti filo-dialettali erano chiusi in una Ventotene culturale: avversati a sinistra perché eretici rispetto alle avanguardie ufficiali e colte (che poi si è visto che fine hanno fatto), e a destra più che avversati erano semplicemente ignorati perché snob. Così snob che oggi la destra più estrema, quella della piccola umanità egoista e qualunquista, cerca di imitarli.
Ma la musica dialettale non arriva a Sanremo come espressione di “cultura popolare”: c’è un grosso equivoco, anzi uno scempio inverecondo contenuto nella parola “popolare” così intesa. Miss Padania non è cultura popolare, come non lo saranno le canzoncine composte dai compagni di banco di Renzo Bossi. E non c’è nessuna differenza tra questo inganno, e quello che consente ai leghisti di spadroneggiare nelle fabbriche in quanto “partito del popolo”.
La Lega che scippa i voti degli operai ai postcomunisti è la stessa che pensa di appropriarsi della canzone “popolare” solo perché è cantata in dialetto invece che in italiano. Almeno i comunisti erano persone serie, verrebbe da dire. E in questo senso ha ragione il postcompagno postcomunista Bersani, quando auspica la nascita di 500 nuovi circoli sui luoghi di lavoro: vale a dire, auspicare di riprendersi (assieme ai voti) il concetto stesso di “popolo”; dopo averlo abbandonato per anni pensando che il popolo non esistesse più, che il nuovo ordine mondiale avrebbe messo i solarium al posto delle fabbriche e che la sinistra doveva adeguarsi alla nuova presunta società presuntamente e veltronianamente liquida.
Che poi io non capisco come fecero i Tazenda a cantare a Sanremo vent’anni fa, se i dialetti erano vietati. E pensare che c’era ancora la DC…

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November 14th, 2009

Perturbazione Comunista

La band piemontese, nel minitour preliminare al prossimo disco, presenta due pezzi inediti stranamente anticapitalisti (con versi come “non è la fatica è lo spreco che mi incarognisce”).

Ma riusciranno a mettere insieme la rabbia politicizzata con il baustellometro pucci?

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November 13th, 2009

Off line

di Valerio Mattioli (Blow Up#138, p.144)

[...] Per una volta… facciamo un salto dall’altra parte della staccionata, nel mondo off line. O meglio: in un mondo che, sotterraneamente, pare bellamente rifiutare alcune delle dinamiche che della galassia Internet sono figlie, pur se – ed è un bel paradosso – questo stesso mondo, senza Internet, non esisterebbe.
Da queste parti si è più volte insistito sul ritorno a una dimensione umana, fisica, tutta concerti & oggetti concreti (il disco, la confezione, ecc) di un underground che, anno dopo anno, ha finito per allargarsi a cerchie sempre più ampie di pubblico, fino a contaminare una fetta non trascurabile della galassia indie anni 2000. È un mondo che senza la Rete non sarebbe mai emerso: sono stati dopotutto i Myspace, i contatti epistolari via email, le Message board per appassionati, a dare vita a quella tela su cui poggiano i contatti, i rapporti, gli scambi che di questo mondo sono la spina dorsale. Eppure, da qualche tempo a questa parte, l’impressione di trovarci di fronte a una specie di “luddismo di ritorno” è qualcosa più di un sospetto.

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November 13th, 2009

Polemica sulla "musica liberata"

Stefano I.Bianchi su Blow Up demolisce il libro di Luca Castelli, che viene accusato fra l’altro di contraddire se stesso: “nel finale ammette che senza supporto la musica non può esistere ma sostiene che questo non deve necessariamente essere un disco: gran bella scoperta”.

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