A proposito dell’ultima notoria copertina di Rollingstone, pare che nessuno abbia notato (o forse è sfuggito a me, che comunque ho letto solo a spizzichi) l’aspetto più ovvio della polemica: vale a dire che essa ha preso subito la forma di uno scontro fra chi su quella rivista ci scrive, e chi no.
I primi tendono ad assumere spontaneamente – chi più chi meno – il ruolo di avvocati difensori dell’operazione: e come tali intenti a persuadere più che a investigare. Certo ve ne sono di molto bravi, convinti e dunque convincenti. Ma possiamo chiedere a un avvocato di essere sincero o di trovare dei motivi di colpevolezza nell’imputato? Non prendiamoci per il culo, dai.
E poi ci sono gli ormai pochissimi che su Rollingstone non ci scrivono (una minoranza che si assottiglia sempre più). Sono sinceri questi pubblici blogosferi quando attaccano Rollingstone? Non saranno, chessò, invidiosi o comunque prevenuti? E anche se non lo fossero, come faranno a dimostrarlo a chi sta dall’altra parte?
Tutto questo conduce a un’unica, tristissima domanda: che senso ha cercare di entrare nel merito delle questioni, quando un po’ tutti danno la sensazione di ragionare in base alla casacca che indossano?
Non che questo debba portarci a ritirare le nostre posizioni, o fare finta di non averne. Personalmente mi pare interessante notare come, al termine del declino autosputtanatorio dei Castaldo e degli Assante, RS si sia imposto come il nuovo punto di riferimento del dibattito “musicale”. Non che abbiano mai davvero parlato di musica, sia chiaro: e in questo senso la nuova copertina è tutt’altro che provocatoria. RS da sempre vende quel lifestyle lì, edifica monumenti alle rockstar. Che siano i fratelli Gallagher o Berlusconi, Saviano o Springsteen.
Se si mettessero da parte le casacche indossate, l’unica cosa che resterebbe da chiedersi resterebbe forse: ma alla fine, noi ci riconosciamo in questa visione delle cose? Ci interessa giudicare la musica oppure il personaggio?

