In Usa, la Camera ha dato il via libera alla riforma sanitaria.
A Berlino, si sono celebrati i vent’anni dalla caduta del Muro.
Ma anche in Italia viviamo in questi giorni i nostri momenti storici: il Festival di Sanremo ha infatti annunciato una modifica del regolamento, che consentirà d’ora in poi di cantare canzoni in dialetto (purché siano “espressioni di cultura popolare”).
Ovviamente la Lega Nord esulta; ed anche Repubblica accredita a Bossi il merito – ammesso che di merito si tratti – della svolta, titolando ieri in prima pagina “Sanremo leghista, si canterà in dialetto”. Michele Serra rivendica, altrettanto ovviamente, che fino agli anni ‘70 furono le avanguardie intellettuali della sinistra marxista a tirare la carretta della canzone dialettale. Personaggi come l’ancora attiva Giovanna Marini, o (aggiungo io) l’etnomusicologo Roberto Leydi, e ancor prima Ernesto de Martino, sono andati a salvare quelle musiche davvero “del popolo” – quelle cantate dalle mondine durante il lavoro nelle risaie, per esempio – e così facendo, hanno cercato di rivoluzionare il concetto stesso di arte: l’espressione collettiva dei popoli, appunto, in senso pasoliniano, come alternativa all’arte occidental-borghese che si identifica nel concetto di “autore”.
Allora, questi studiosi e musicisti filo-dialettali erano chiusi in una Ventotene culturale: avversati a sinistra perché eretici rispetto alle avanguardie ufficiali e colte (che poi si è visto che fine hanno fatto), e a destra più che avversati erano semplicemente ignorati perché snob. Così snob che oggi la destra più estrema, quella della piccola umanità egoista e qualunquista, cerca di imitarli.
Ma la musica dialettale non arriva a Sanremo come espressione di “cultura popolare”: c’è un grosso equivoco, anzi uno scempio inverecondo contenuto nella parola “popolare” così intesa. Miss Padania non è cultura popolare, come non lo saranno le canzoncine composte dai compagni di banco di Renzo Bossi. E non c’è nessuna differenza tra questo inganno, e quello che consente ai leghisti di spadroneggiare nelle fabbriche in quanto “partito del popolo”.
La Lega che scippa i voti degli operai ai postcomunisti è la stessa che pensa di appropriarsi della canzone “popolare” solo perché è cantata in dialetto invece che in italiano. Almeno i comunisti erano persone serie, verrebbe da dire. E in questo senso ha ragione il postcompagno postcomunista Bersani, quando auspica la nascita di 500 nuovi circoli sui luoghi di lavoro: vale a dire, auspicare di riprendersi (assieme ai voti) il concetto stesso di “popolo”; dopo averlo abbandonato per anni pensando che il popolo non esistesse più, che il nuovo ordine mondiale avrebbe messo i solarium al posto delle fabbriche e che la sinistra doveva adeguarsi alla nuova presunta società presuntamente e veltronianamente liquida.
Che poi io non capisco come fecero i Tazenda a cantare a Sanremo vent’anni fa, se i dialetti erano vietati. E pensare che c’era ancora la DC…

