Ci sono vari punti in cui si potrebbe collocare la “morte del rap”. Alcuni la dateranno già verso la metà degli anni ‘90, con quell’ondata che stabilizzò l’inciucio commerciale e la perdita di impatto politico. Altri preferiranno il facile riferimento del 2006, con l’album “Hip hop is Dead”.
Sasha Frere-Jones, sul New Yorker, scrive invece che il decesso è avvenuto solo recentemente; e a dimostrarlo prende gli esempi più recenti dell’hip hop attuale: in particolare, “Blueprint 3” di Jay-Z.
Non perché sia un cattivo disco, naturalmente (anche se lo è): non basta certo un disco di merda, e neanche dieci dischi di merda, a decretare la morte di un genere musicale. Piuttosto, secondo SFJ, il rap muore nel senso che è ormai entrato nella fase della sua auto-periodizzazione: gli stessi rappers non lo considerano più come l’avanguardia del pop, e nemmeno come il presente del pop. Bensì come il suo passato, appunto.
Così resta solo la tecnica declamatoria, ma non ci sarebbe più un sound peculiare. Per certi versi l’hip hop torna – proprio alla conclusione della sua parabola – ad essere quello che era in origine: musica da club con il parlato sopra (e se trent’anni fa era la disco, ora i ritmi sono techno e rave). Ma ciò che proprio SFJ non riesce a perdonare è però l’europeizzazione generale del sound: la black music non è più al comando, nemmeno in quello nello stile più black che si può.
Per quanto mi riguarda, io la morte dell’hip hop la collocherei esattamente un anno fa. Da quando il 4 novembre 2008 c’è stata l’elezione di Obama, i rappers sono entrati in crisi di identità e non sanno più che senso dare alla loro esistenza. Si era già capito con il ridicolo “black album” di Nas poco tempo prima: quando alla vigilia – ancora un po’ scettica – del primo “Black President” si proclamava un velleitario ritorno ad un hip hop cattivo e di forte impronta razziale. Ma quel mondo non esiste più da un pezzo, dagli anni ‘90 appunto, e la caduta dell’ultimo tabù costringe ora la ex cnn dei neri a smobilitare.

