Il nuovo numero del settimanale dedica una pagina ai ”quattro ragazzi inglesi che fanno Shakespeare a ritmo folk”.
Scrive Leonardo Clausi da Londra: “L’ultima band britannica, che con le sue performance e la sua musica fa piangere di nostalgia gli ultracinquantenni, ma suscita anche grandi emozioni tra i ventenni”.
A proposito dell’ultima notoria copertina di Rollingstone, pare che nessuno abbia notato (o forse è sfuggito a me, che comunque ho letto solo a spizzichi) l’aspetto più ovvio della polemica: vale a dire che essa ha preso subito la forma di uno scontro fra chi su quella rivista ci scrive, e chi no. I primi tendono ad assumere spontaneamente – chi più chi meno – il ruolo di avvocati difensori dell’operazione: e come tali intenti a persuadere più che a investigare. Certo ve ne sono di molto bravi, convinti e dunque convincenti. Ma possiamo chiedere a un avvocato di essere sincero o di trovare dei motivi di colpevolezza nell’imputato? Non…
Ideona di Eugenio Finardi: il 6 dicembre suonerà e canterà per i sordi, che potranno però godersi le vibrazioni della musica. Il cantautore risolve così il problema che da anni lo perseguita: non trovare un normoudente in grado di sopportare le sue canzoni manco a pagarlo…
La furba copertina di Rolling Stone dimostra che non c’è più alcuna differenza fra i dittatori della musica, dello spettacolo, della politica. Non basta dunque il No B Day: ora occorre un “No rockstar day”, per dire basta ai personaggi-feticcio costruiti grazie alla propaganda dei vari Vespa, Castaldo, Antonelli di turno.
“E’ stata Repubblica a rovinare tutto”.
Grande. Se lo dici tu, siamo già arrivati al punto della questione: del perché il giornalismo musicale, in Italia, sia diventato quello che è (o meglio, quello che non è). Dell’inganno a fin di bene, del trucchetto semantico, della giustificata bugia per instradare il lettore alla Buona Musica.
Della costruzione del musicista-personaggio, entità mitologica della quale mai viene raccontato il suo essere musicista e sempre il suo essere personaggio; e preferibilmente tramite il glamour della fotografia, così si evita l’inutile sforzo della comunicazione verbale. Siamo d’accordo: c’è una distanza sbagliata fra noi e il musicista. Anzi, lo sai cosa ti dico? Non dovrei essere io…
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