November 30th, 2009

L'Espresso: "Fenomeno Mumford & Sons"

Il nuovo numero del settimanale dedica una pagina ai ”quattro ragazzi inglesi che fanno Shakespeare a ritmo folk”.

Scrive Leonardo Clausi da Londra: “L’ultima band britannica, che con le sue performance e la sua musica fa piangere di nostalgia gli ultracinquantenni, ma suscita anche grandi emozioni tra i ventenni”.

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November 29th, 2009

La persecuzione della rockstar

A proposito dell’ultima notoria copertina di Rollingstone, pare che nessuno abbia notato (o forse è sfuggito a me, che comunque ho letto solo a spizzichi) l’aspetto più ovvio della polemica: vale a dire che essa ha preso subito la forma di uno scontro fra chi su quella rivista ci scrive, e chi no.
I primi tendono ad assumere spontaneamente – chi più chi meno – il ruolo di avvocati difensori dell’operazione: e come tali intenti a persuadere più che a investigare. Certo ve ne sono di molto bravi, convinti e dunque convincenti. Ma possiamo chiedere a un avvocato di essere sincero o di trovare dei motivi di colpevolezza nell’imputato? Non prendiamoci per il culo, dai.
E poi ci sono gli ormai pochissimi che su Rollingstone non ci scrivono (una minoranza che si assottiglia sempre più). Sono sinceri questi pubblici blogosferi quando attaccano Rollingstone? Non saranno, chessò, invidiosi o comunque prevenuti? E anche se non lo fossero, come faranno a dimostrarlo a chi sta dall’altra parte?
Tutto questo conduce a un’unica, tristissima domanda: che senso ha cercare di entrare nel merito delle questioni, quando un po’ tutti danno la sensazione di ragionare in base alla casacca che indossano?
Non che questo debba portarci a ritirare le nostre posizioni, o fare finta di non averne. Personalmente mi pare interessante notare come, al termine del declino autosputtanatorio dei Castaldo e degli Assante, RS si sia imposto come il nuovo punto di riferimento del dibattito “musicale”. Non che abbiano mai davvero parlato di musica, sia chiaro: e in questo senso la nuova copertina è tutt’altro che provocatoria. RS da sempre vende quel lifestyle lì, edifica monumenti alle rockstar. Che siano i fratelli Gallagher o Berlusconi, Saviano o Springsteen.
Se si mettessero da parte le casacche indossate, l’unica cosa che resterebbe da chiedersi resterebbe forse: ma alla fine, noi ci riconosciamo in questa visione delle cose? Ci interessa giudicare la musica oppure il personaggio?

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November 27th, 2009

Il concerto per non-udenti

Ideona di Eugenio Finardi: il 6 dicembre suonerà e canterà per i sordi, che potranno però godersi le vibrazioni della musica.
Il cantautore risolve così il problema che da anni lo perseguita: non trovare un normoudente in grado di sopportare le sue canzoni manco a pagarlo…

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November 24th, 2009

Contro Antonelli senza se e senza ma

La furba copertina di Rolling Stone dimostra che non c’è più alcuna differenza fra i dittatori della musica, dello spettacolo, della politica.
Non basta dunque il No B Day: ora occorre un “No rockstar day”, per dire basta ai personaggi-feticcio costruiti grazie alla propaganda dei vari Vespa, Castaldo, Antonelli di turno.

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November 22nd, 2009

L'alternativa paradossale

“E’ stata Repubblica a rovinare tutto”.

Grande. Se lo dici tu, siamo già arrivati al punto della questione: del perché il giornalismo musicale, in Italia, sia diventato quello che è (o meglio, quello che non è). Dell’inganno a fin di bene, del trucchetto semantico, della giustificata bugia per instradare il lettore alla Buona Musica.

Della costruzione del musicista-personaggio, entità mitologica della quale mai viene raccontato il suo essere musicista e sempre il suo essere personaggio; e preferibilmente tramite il glamour della fotografia, così si evita l’inutile sforzo della comunicazione verbale. Siamo d’accordo: c’è una distanza sbagliata fra noi e il musicista. Anzi, lo sai cosa ti dico? Non dovrei essere io a intervistare te. Dovreste essere voi, i musicisti, a intervistare noi. Sarebbe molto meno noioso.

Tanto, voi non siete capaci di spiegare quello che fate – se pensate di esserlo, è perché vi sbagliate – e peraltro non avreste nessuna voglia di spiegarcelo. Invece noi siamo qui, a chiedervi se il vostro nuovo album va nella direzione del rock o del folk. A voi. Che ne potete sapere voi? Perché dobbiamo chiedere a una madre in quale direzione va il nuovo figlio che ha partorito?

Se c’è qualcuno che dovrebbe essere in grado, semmai, dovremmo essere noi. Abbiamo studiato apposta, e che cazzo. Dovreste essere voi, i musicisti, che ci venite a chiedere di spiegare cosa avete combinato; ed ascoltare un feedback auspicabilmente più utile di quello dei vostri fans, o dei colleghi, o della vostra casa discografica.

Bene, vedo che siamo d’accordo. Sulla distanza sbagliata che c’è fra noi e il musicista. E’ colpa del sistema consumistico in cui viviamo? E’ colpa del pubblico pigro? Dell’artista ambizioso? Della civiltà dell’immagine? Di nessuno?

Eh già, comodo, dire che è colpa di nessuno: prendere atto che “le cose vanno così”, “le regole del gioco non le abbiamo fatte né io né te”, “lo sai come funziona” eccetera. Vuoi giocare? Ecco qui il regolamento, quando l’hai imparato cominciamo. Gli psicologi del comportamento la chiamano “alternativa paradossale”: è quando ti danno una scelta fra due mali, e tu – messo di fronte ad una decisione di sopravvivenza – scegli quello minore per sopravvivere. Poi quello ti condurrà ad una nuova scelta fra due mali, e poi un’altra ancora, e così via. Finché il soggetto non decide di rompere lo schema stesso della falsa scelta (l’alternativa paradossale, appunto) che lo tiene sempre in condizione di subalternità.

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