October 25th, 2009

Tessera n.44: Wet Hair

Vi ricordate l’“hypnagogic pop”, quel presunto nuovo trend musicale inventato da David Keenan su The Wire un trimestre fa?
Giusto questo mese Valerio Mattioli l’ha ripescato su Blow Up a proposito di Gary War, per comprendervi artisti “che a suo tempo infilammo sotto le sigle più improbabili (dalla moan wave allo pseudoshitgaze più sfasato)”, e che “condividono un immaginario che mescola stranezze hippie, retaggi lo-fi e allucinazioni 80’s a metà tra new age e pop maldigerito”. Io sintetizzerei come “l’ambient che va a puttane”.

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October 25th, 2009

Il meno meglio

Quest’anno, come ormai saprete, la trappola dei dossier non risparmia più nessuno. Conversazioni private messe in piazza (senza nemmeno usare Google Wave), critica musicale trasformata in gossip ricattatorio, brachinismo selvaggio.
Ed ecco allora l’ultimo episodio, Rockit che attacca gli Amari, nel tentativo di frenare la loro rincorsa verso il Baustellometro 2009; ma la polemica si esaurisce in un’eiaculazione precoce di colpi bassissimi, trattandosi di un puro regolamento di conti (peraltro tutto interno al fighettismo indie).

Insomma gli Amari sono “vuoti come le palle dopo una pisciata”, cose così. E intendiamoci, le metafore fallocratiche potrebbero essere di grande efficacia: basti pensare a ciò che ne fece Gianni Brera in ambito calcistico. Michele wad Caporosso invece desta scandalo, accuse di killeraggio ad personam, e perché? Nulla di ciò che scrive è scandaloso di per sé: sia il mischiamento fra rapporti personali e giudizio critico, sia la pubblicazione di una chat privata,  sia la stroncatura di una band molto popolare (almeno fino a qualche tempo fa) tra la gente-che-piace, sono comportamenti non certo inauditi prima d’ora.

Ciò che ha destato scalpore, forse, è che si presentassero tutti assieme in un colpo solo. Ma la reazione indignata di chi ricusa il giudice “prevenuto” e addirittura “freudiano”, è molto peggio. Ora resta da capire quali saranno le conseguenze del braccio di ferro, dato che gli Amari e Rockit condividono per gran parte il medesimo pubblico. E credo che il pubblico sceglierà, come sempre accade, il meno meglio: mentre sarebbe ormai ora di un bel ricambio che li mandasse entrambi a casa.

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October 24th, 2009

Orgasmo garantito

Giuseppe di TakeTheSongsAndRun diventa uno stalker dei Local Natives: “Li ho visti tre volte di fila al CMJ. Se non si era capito, io amo questa band!”.
E intanto il 2 novembre esce “Gorilla Manor”, l’album d’esordio del quintetto losangelino.

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October 18th, 2009

Giù dal piedistallo

Qualche giorno fa stavo leggendo un libricino intitolato “Leadership Trasparente”, tutto basato sul parallelismo tra il mestiere del manager e quello del direttore d’orchestra.

Parallelismo paradossale, vista la lontananza fra i due ambiti coinvolti. Eppure appropriato: entrambi si fondano quasi interamente sull’autorità che riescono ad esercitare sul gruppo di cui si fanno carico (l’azienda o l’orchestra), ma nessuno sa bene da cosa derivi questa autorità né come si possa misurare.

Certo non si misura sulla competenza tecnica, che pure è importante. Si dà per assodato che ogni manager, come ogni direttore d’orchestra, conosca le leggi dell’economia (o della musica): ma questa conoscenza di per sé non servirebbe a nulla, se orchestrali e dipendenti non fossero pronti a scattare ad ogni suo minimo gesto. Ed è a questo infatti che si riduce il Mito del leader: la responsabilità assoluta, il potere del suo gesto, la sua capacità di comunicazione preverbale.

In questi mesi di crisi economica, i manager hanno già avuto una salutare dose di calci in faccia: l’ondata di odio popolare e mediatico è servita se non altro a ridimensionare (almeno un poco) i loro stipendi da nababbi, e (forse) a togliere un po’ di polvere quell’aura di atavica e parareligiosa infallibilità che li circonda. E’ abbastanza logico che un analogo trattamento toccasse alla loro controparte musicale, e infatti Philippa Ibbotson sul Guardian si scaglia ora contro “Il mito del direttore d’orchestra”: “Per tutto il potere che ha, non si capisce cosa faccia”.

Eh già, sembra semplice. Cosa ci vuole ad agitare una bacchetta? Il lavoro lo fanno gli altri. A soffiare nei clarinetti, sfregare gli archi, colpire le percussioni, c’è già chi ci pensa. Il direttore in effetti non partecipa direttamente all’esecuzione, e teoricamente, potrebbe anche non esserci: deve essere anche ciò che pensa Giovanni Allevi, che ha imparato a farlo guardando filmini su youtube. E cosa ne penserà Renato Brunetta? Che son tutti dei mangiapane a tradimento, come minimo.

Come si vede, è facile su questa china cadere in un rozzo qualunquismo e dimenticare ciò che effettivamente porta alla realizzazione di una performance artistica. Eppure, come per i manager, l’occasione per un ridimensionamento delle primedonne può essere un’ottima cosa: ma dovrebbe essere lo stesso anche per le popstar, che esattamente come i direttori d’orchestra costruiscono le loro carriere sull’immagine. Sul culto della (propria) personalità. Insomma, sul Mito così generosamente costruitogli intorno dall’industria musicale.

Nessuno mi pare voglia ancora abolire i manager, i direttori d’orchestra, o le popstar: ma forse è il momento che le loro leadership comincino ad essere – davvero – un po’ più razionali e trasparenti.

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October 18th, 2009

Tessera n.43: I Come To Shanghai

Il pop di I Come To Shanghai è assai stravagante, quasi più dei calzini del giudice Mesiano: ma non potendo beneficiare della popolarità offerta dai giornalisti di Canale 5, il duo deve per ora accontentarsi della Nuova P2.
Sarà per questo, o per innata generosità, che I Come To Shanghai danno via gratis il loro omonimo album di debutto? Comunque sia, sono un’élite di merda. Lo di mostra già il pezzo d’apertura, “Pass The Time“, una musichina fuorimoda e fintorock da sigla televisiva che però parla di Dio: un fannullone che ha creato il creato al puro scopo di passare il tempo, e avere qualcuno che gli parlasse. Poi però deve essersi annoiato anche del genere umano, perché ha deciso di andarsene e lasciarci soli: e allora il genere umano, per non annoiarsi a propria volta, ha creato la chitarra.

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