Vi ricordate l’“hypnagogic pop”, quel presunto nuovo trend musicale inventato da David Keenan su The Wire un trimestre fa?
Giusto questo mese Valerio Mattioli l’ha ripescato su Blow Up a proposito di Gary War, per comprendervi artisti “che a suo tempo infilammo sotto le sigle più improbabili (dalla moan wave allo pseudoshitgaze più sfasato)”, e che “condividono un immaginario che mescola stranezze hippie, retaggi lo-fi e allucinazioni 80’s a metà tra new age e pop maldigerito”. Io sintetizzerei come “l’ambient che va a puttane”.
Simon Reynolds ne parla anche come la naturale evoluzione di chi vuole uscire dal vicolo cieco del noise; e un gruppo che ben può riconoscersi abbastanza in tutte queste definizioni sono gli Wet Hair.
Quest’anno gli Wet Hair hanno tirato fuori parecchia roba tra cui “Glass Fountain” (download qui) e “Dreams” (qua), guadagnandosi l’attenzione dello stesso Reynolds, e ciononostante non è che se li siano filati in tanti.
Un loro tipico pezzo parte con un riff di organo sintetico, seguito dalla batteria: su questo sfondo una voce da orco distorto e sforzatissimo si mette ad improvvisare dei blues che paiono infiniti.
Le melodie sembrerebbero partire dalla black music, ma poi sono così dilatate da trasformarsi quasi in un canto meditativo e vagamente orientale; mentre il contorno di sonorità tipiche da fantascienza anni ‘80 raggelano il bestione e lo rendono particolarmente alienato. Ed grazie questa identità assai ibrida, i pezzi riescono a tenere bene il passo senza annoiare.
Vai al myspace degli Wet Hair.

