Giù dal piedistallo0 Comments

By Bdd
Posted on 18 Oct 2009 at 6:55pm

Qualche giorno fa stavo leggendo un libricino intitolato “Leadership Trasparente”, tutto basato sul parallelismo tra il mestiere del manager e quello del direttore d’orchestra.

Parallelismo paradossale, vista la lontananza fra i due ambiti coinvolti. Eppure appropriato: entrambi si fondano quasi interamente sull’autorità che riescono ad esercitare sul gruppo di cui si fanno carico (l’azienda o l’orchestra), ma nessuno sa bene da cosa derivi questa autorità né come si possa misurare.

Certo non si misura sulla competenza tecnica, che pure è importante. Si dà per assodato che ogni manager, come ogni direttore d’orchestra, conosca le leggi dell’economia (o della musica): ma questa conoscenza di per sé non servirebbe a nulla, se orchestrali e dipendenti non fossero pronti a scattare ad ogni suo minimo gesto. Ed è a questo infatti che si riduce il Mito del leader: la responsabilità assoluta, il potere del suo gesto, la sua capacità di comunicazione preverbale.

In questi mesi di crisi economica, i manager hanno già avuto una salutare dose di calci in faccia: l’ondata di odio popolare e mediatico è servita se non altro a ridimensionare (almeno un poco) i loro stipendi da nababbi, e (forse) a togliere un po’ di polvere quell’aura di atavica e parareligiosa infallibilità che li circonda. E’ abbastanza logico che un analogo trattamento toccasse alla loro controparte musicale, e infatti Philippa Ibbotson sul Guardian si scaglia ora contro “Il mito del direttore d’orchestra”: “Per tutto il potere che ha, non si capisce cosa faccia”.

Eh già, sembra semplice. Cosa ci vuole ad agitare una bacchetta? Il lavoro lo fanno gli altri. A soffiare nei clarinetti, sfregare gli archi, colpire le percussioni, c’è già chi ci pensa. Il direttore in effetti non partecipa direttamente all’esecuzione, e teoricamente, potrebbe anche non esserci: deve essere anche ciò che pensa Giovanni Allevi, che ha imparato a farlo guardando filmini su youtube. E cosa ne penserà Renato Brunetta? Che son tutti dei mangiapane a tradimento, come minimo.

Come si vede, è facile su questa china cadere in un rozzo qualunquismo e dimenticare ciò che effettivamente porta alla realizzazione di una performance artistica. Eppure, come per i manager, l’occasione per un ridimensionamento delle primedonne può essere un’ottima cosa: ma dovrebbe essere lo stesso anche per le popstar, che esattamente come i direttori d’orchestra costruiscono le loro carriere sull’immagine. Sul culto della (propria) personalità. Insomma, sul Mito così generosamente costruitogli intorno dall’industria musicale.

Nessuno mi pare voglia ancora abolire i manager, i direttori d’orchestra, o le popstar: ma forse è il momento che le loro leadership comincino ad essere – davvero – un po’ più razionali e trasparenti.

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