September 20th, 2009

Un senso a questa storia

Ciao, compagni. Ben ritrovati. Vi chiamo compagni perché, se siete qui, ci sono svariate cosette che ci accomunano. La prima è che non voterete Franceschini alle primarie. La seconda è che non siete mai riusciti a farvi una ragione degli inni musicali scelti dal centrosinistra negli ultimi vent’anni.
Prendiamo Prodi. Ve lo ricordate? Romano Prodi. Era uno che portava gli occhiali, ed oggi fa il blogger. Andò a vincere le elezioni col sottofondo della Canzone Popolare (o come la chiamano alcuni per il suo valore artistico, “Lo stronzo colossale”) di Ivano Fossati.
E in quella canzone era racchiuso anche il destino del suo ultimo governo: “Sono io oppure sei tu, che hanno mandato più lontano / Per poi giocargli il ritorno sempre all’ultima mano / E sono io, oppure sei tu, chi ha sbagliato più forte / Che per avere tutto il mondo fra le braccia / Ci s’è trovato anche la morte”. La storia la conosciamo. Dopo l’esilio alla Commissione Europea, tornò in Italia per il trionfo finale: ma nell’ansia di “avere tutto il mondo fra le braccia”, appunto, mise dentro anche l’infido Clemente Mastella. Che alla prima occasione gli sferrò il colpo mortale, sfiduciandolo in Parlamento.
E Veltroni? Ma ve lo ricordate? Walter Veltroni. Portava gli occhiali pure lui. Andò a perdere le elezioni con in sottofondo “Mi fido di te” di Jovanotti. Già all’epoca una gran dose di risate accolse la scelta menagrama, che fin troppo chiaramente conteneva anch’essa il proprio destino (“Cosa sei disposto a perdere?”). Ma non possiamo fargliene una colpa. Veltroni scelse la musica e le parole che lo rappresentavano meglio. Infatti facevano cagare: un’accozzaglia insensata di immagini poetiche da prima media, ispirate al più idiota cattolicesimo sociale.

“Mi fido di te” era, soprattutto, un anti-inno. Invece di evocare un popolo che marcia in trionfo verso il radioso avvenire, rappresentava perfettamente l’ostinazione del sognatore solitario che forse-fa-male-eppure-ancora-gli-va di stare collegato: anche se in fondo non vede l’ora di avere la scusa per piantare tutto e andare a giocare con i bambini del Mozambico.

Ecco. Il pezzo scelto da Bersani per la sua campagna, “Un senso” di Vasco Rossi, condivide con il duo Jovanotti-Veltroni la medesima mestizia introspettiva. Ma la prospettiva è cambiata: qui ad essere rappresentata è la crisi di mezza età, alla disperata ricerca di motivazioni per andare avanti. Sembrerebbe dunque l’ennesima scelta suicida, e probabilmente lo è, però è giusto anche notare alcuni importanti elementi di rottura rispetto al passato.
Intanto, sono scomparse le pippe mentali. “Un senso”, pur non essendo certo una canzone particolarmente ispirata, ha però almeno la dignità di non rendersi insopportabile sbrodolarsi nei riferimenti pseudoculturali. Né dà l’impressione di voler essere una “hit intellettuale” costruita a tavolino. Peccato che, nella sua ricerca della semplicità estrema, finisca con l’essere così banale. La seconda rottura è nello stesso personaggio di Vasco Rossi. Sia perché, come persona, non ha mai votato Pci né Dc; e sia perché, come artista, è sempre stato un outsider. Che ha sfidato l’intellighentia cantautoriale e giornalistica allora al potere, e li ha sconfitti parlando direttamente al popolo.
Volevo dirvi che venerdì esce il nuovo singolo di Vasco Rossi, ed è una cover dei Radiohead.

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