September 27th, 2009
Qualche giorno fa mi è capitato, per la prima volta, di dover spiegare cosa sia il giornalismo musicale.
E quando dico “spiegare”, intendo proprio in senso letterale: il mio interlocutore (peraltro rispettabilissimo professionista in tutt’altro campo) non aveva la più pallida idea che al mondo esistessero delle pubblicazioni dedicate specificamente alla musica; né tantomeno che ci fossero delle persone (il sottoscritto, per esempio) che passano parte del loro tempo a scrivere di musica.
Questo mi ha fatto ripensare a tutti i discorsi da segaioli che questa categoria fa su se stessa, e con se stessa, raggiungendo vertici di virtuosistica inconcludenza eguagliabili solo da un congresso di Sinistra e Libertà.
In questo, giornalisti musicali e grigi residuati comunisti sono assolutamente identici: osservano attoniti e impotenti il mondo che (ma guarda un po’) continua a girare imperterrito, mentre loro si accapigliano su quale voto dare all’ultimo cd dei Pearl Jam o sulle dimensioni della falce e del martello sul simbolo elettorale.
La vera rovina della categoria sono infatti gli (ex) utopisti prigionieri del c’era una volta: quelli che pensavano di cambiare il moto terrestre a forza di recensioni, ed oggi rompono le balle a tutti con la retorica tornatoriana dei bei tempi andati (andati affanculo, ovviamente e giustamente). Un misto di vittimismo, pessimismo e qualunquismo che oscilla schizofrenico tra la ribellione più velleitaria e il conformismo dei frustrati.
Ma sul serio, credevate che la musica “servisse” a qualcosa? Certo, “serve” a provare piacere, a tenersi compagnia, o meglio a stimolare zone del cervello non altrimenti raggiungibili; un po’ come il vino, o le droghe pesanti.
Per esempio, a cosa “serve” un sommelier? In teoria a nulla, ma per fortuna nella nostra società tutti sono utili e nessuno è indispensabile. L’assaggiatore riconosce le caratteristiche oggettive, ed esprime un giudizio soggettivo.
Giudizio che può essere una vocazione, o una missione, o come minimo un diritto: ma gli assaggiatori di vinili, ispirandosi al modello deleterio di Lester Bangs, hanno fino ad oggi coltivato l’illusione d’essere in qualche modo “influenti”.