August 27th, 2009

Tessera n.37: Local Natives

Dei Local Natives si parla dappertutto, tranne che al Tg1 e qui. Recentemente ha fatto scalpore la decisione di NME che li ha inseriti – assieme ad un’altra neopiduista – nel loro ormai imminente Radar Tour; mentre già a giugno erano stati battezzati dal Guardian (che li ha definiti “A Fleet Of Arcade Vampires On Fire”). E poi, oh, ne ha parlato pure MyOldKentucky.
Tanto hype prima di un esordio sulla lunga distanza è tipico di due categorie: i raccomandati e i campioni. Per stabilire a quale appartengano questi cinque ragazzi di Los Angeles, ascoltiamo dunque il loro ep “Daytrotter” (scaricabarile qui): e subito, nonostante la banalità del titolo, salta alle orecchie “Airplanes”. Questa inizia con due accordi ribattuti di pianoforte, che si notano a malapena fra gli schiamazzi da osteria; il tempo è moderato (metronomo 96), e per le prime tre battute sembra tutto tranquillo: il primo accordo viene ripetuto per due battute, e ci si attende che altrettanto faccia il secondo. Che invece dura la metà, perché alla quarta (sono passati appena 7” dall’inizio del brano) si accenna un conflitto: compaiono due altri accordi nella medesima battuta, e così avviene anche alla 5a e 6a; ed oltre a questo cambio di metro armonico, tale “sezione B” viene contraddistinta da un pianoforte assai pestato (mentre prima sfiorava appena le note). Alla 7a battuta poi ricomincia il giro, che nel complesso ne dura dunque sei; spaccate precisamente in due sezioni contrastanti.
Il motivo lo si capisce in seguito: il testo è quello di una canzone d’amore tipica, nella quale si invoca la persona amata e lontana. Ma il conflitto che nell’introduzione strumentale era appena adombrato, a 1’07” scoppia apertamente: la “sezione A” è infatti elegiaca, con la rievocazione di immagini lontane nello spazio (Giappone, da qui credo il riferimento aereo) e forse nel tempo.

La “sezione B” è invece un tafferuglio di archi esagerati, sbacchettamenti di batteria (che alludono appunto alle bacchette con cui si mangia in Oriente) e soprattutto la disperazione del protagonista che grida “I want you back, back, back”. Anche lui sembra epicamente combattuto e diviso in due fra una sezione A e una sezione B, fra il sereno ricordo del suo amore e l’impaziente desiderio di “riaverla indietro”.

Vai al myspace dei Local Natives.

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August 25th, 2009

Il qualunquismo degli Oasis

Proprio mentre il Guardian li dà per “finiti”, Rolling Stone sbatte in copertina l’intervista di Paolo Madeddu a Noel Gallagher.

Con la consueta finezza, il simpaticone attacca U2 e Coldplay: “Quando li vedi, sai che prima o poi ti arriva un sermone sui poveri o su un fottuto popolo che muore di fame”.

E dei politici dice: “Sono tutti uguali, io non voterò più”.

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August 24th, 2009

Tessera n.36: Tim Cohen

No, non è figlio di quel simpatico vegliardo che fa tour mondiali per pagarsi le rette del monastero. Tim Cohen è di San Francisco e di mestiere fa il cantante dei vacui Fresh & Onlys, ma non è in quella veste che ci interessa bensì per la sua attività solista: da poco è uscito infatti il suo album di debutto, sobriamente titolato “The Two Sides Of Tim Cohen” (download qui).
Anche lui è molto mistico, come il simpatico vegliardo, ma alle ballate catacombali preferisce il lo-fi pop che va di moda oggi. Ovviamente poi ci sono molti modi per fare il lo-fi pop che va di moda oggi: di solito ci si ispira a Brian Wilson, in maniera più o meno smaccata; ma non sembra questo il caso di Tim Cohen, la cui scrittura anzi è molto personale. Frasi melodiche aspre, spezzate in piccoli frammenti che si trasformano, bilanciando così per contrasto la ripetitività degli schemi ritmici: ad esempio “I Swear To God” (traccia 8) è chiusa dentro la morsa di una marcetta in cassa e rullante di drum machine che resta praticamente inamovibile dal primo all’ultimo istante, quando il pezzo si conclude sfumando nel nulla; come a suggerire che – se non fosse intervenuto qualcuno ad abbassare la manopola del volume – poteva pure andare avanti per l’eternità. E’ un ritmo di batteria senza fascino, al quale si aggiunge soltanto un arrugginito tamburello che scandisce – svogliatamente e senza precisione – il tempo moderato (metronomo 121).
L’umore è pessimo, come in quasi tutto il disco. “I Swear To God” si basa su un macabro e spietato giro armonico di pianoforte (pestatissimo) che compare quasi all’inizio, assieme a surreali echi di armonica. A 24” l’ingresso della voce: “I swear to God somebody up there cares about you / And you’re about to find out who”. Una frase che di per sé sarebbe consolatoria, ma il modo in cui è cantata la rende sibillina se non vagamente minacciosa. Inoltre l’intera frase è discendente, per cui l’unico suo momento – diciamo così – luminoso è proprio il “giuro su Dio” iniziale, mentre tutto il resto (ovvero l’oggetto del giuramento) va giù gradualmente per poi fermarsi sul fondo: tanto che le parole successive si capiscono a malapena. Però si capisce che la melodia si incaglia, ripetendosi sempre più lamentosamente fino alla fine della strofa (1’07”) e senza che arrivi nemmeno l’ombra della rivelazione promessa all’inizio.
Fra una strofa e l’altra c’è una zona semiabbandonata, dove perfino l’immutabile drum machine si prende una pausa lasciando solo il ritmo del tamburello: però è qui che il pianoforte ha il suo unico slancio di pietà e speranza, proponendo una semplice idea ascendente. E lasciandoci con il dubbio che stia proprio questa la – inesprimibile – risposta su chi sia quel “qualcuno” che lassù ha cura di noi.

Vai al myspace di Tim Cohen.

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August 23rd, 2009

E i Calibro 35 sbancano il Baustellometro

Nell’Italia delle ronde e dell’emergenza clandestini, la risposta dell’indie non potrebbe essere più chiara: ci si adegua.

A spuntarla è allora la band poliziottesca di Enrico Gabrielli, il cui singolo “Tutta donna” strizza l’occhio anche a Villa Certosa.

E secondo La Stampa è il nuovo “tormentone dei bassifondi”.

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August 22nd, 2009

Affondano anche i Radiohead

Dopo l’ultimo disastroso singolo, si moltiplicano le umiliazioni per la band di Thom Yorke.

E il settimanale l’Espresso dimostra addirittura di non conoscerli: nella rubrica a pag.135 curata da Alessandro Gilioli vengono ripetutamente chiamati “Radio Head”.

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