Nona puntata: Ma che golpe abbiamo noi0 Comments

By Bdd
Posted on 30 Aug 2009 at 10:06am

Riassunto delle puntate precedenti – Dopo il crollo dell’industria musicale, il governo britannico inizia a nazionalizzare le compagnie discografiche fallite. La CIA invece vara un piano per utilizzare alcuni esperti musicali in importanti missioni segrete, e a questo scopo recluta un ex manager della EMI. Dopo aver tentato di avvicinare il popolo afghano alla musica country, e di bloccare un accordo fra Russia e Uzbekistan, l’agente Lambda…


Arrivò a Port-au-Prince con un vecchio impermeabile luridissimo (bisognava pur mimetizzarsi, in quel paese di poveracci in calore rivoluzionario). Non era stagione turistica, né per il clima né per la stabilità politica. Per di più respirava male, molto male per via dell’asma. Ma soprattutto era contrario alle sparatorie in strada: era un fatto di principio, specie se in strada c’era lui; e di conseguenza, era tendenzialmente contrario alle rivoluzioni. Ma il primo rumore che sentì fu di tutt’altro tipo: una folla di donne era radunata davanti all’Hotel Oloffson, brandivano mestoli e pentolame sul quale picchiavano con ammirevole energia. E nonostante il casino, si avvertiva un certo senso del ritmo collettivo in quella esibizione.
Si accorse che in effetti c’era musica dappertutto. Musica sotto i tetti di paglia dei bar. Musica nelle manifestazioni vudou-concerto con Wyclef Jean. Avanguardia tribale delle mamme batteriste di pentole sotto la casa del sindaco. Nei suoi vent’anni di lavoro alla EMI, non era mai stato così circondato di musica come in quel momento cruciale per il futuro di Haiti; ed il nostro coraggioso eroe se ne sentì sollevato: la rivoluzione è questa, beh, non è poi così pericolosa. Però sarebbero bastati quattro militari volendo per fare piazza pulita di tutta quella musica e riportare la lotta alla tradizionale sparatoria. Nel caso avrebbe potuto contare sul personale dell’ambasciata? O suoi amichetti della CIA?

Che le persone avessero fame era evidente, mentre le pantegane sembravano ottimamente nutrite (ma il sostegno dei topi in genere è scarsamente influente per un sistema politico). In città dominava l’architettura coloniale ottocentesca dell’era pre-discografica, e l’Hotel Oloffson era un esempio spettacolarmente bianco di quello stile fatto di torri e balconate. Perciò era stato scelto dal leader dei rivoluzionari come quartier generale delle operazioni.

Lòlò Beaubrun era anche il leader di una delle più celebri band haitiane, ed era appena rientrato a Port-au-Prince dopo anni di esilio: all’epoca era stato minacciato di morte per le sue canzoni politicizzate e populiste, mentre adesso sarebbe stato lui a decidere sulla vita e sulla morte nell’isola.

Sfortunatamente l’agente Lambda non si ricordava di lui: quando lavori in una casa discografica così importate non puoi certo fare caso a tutte le proposte strambe che ti arrivano, figuriamoci alla world music. Quando si erano incontrati, nel suo ufficio a Londra più di dieci anni prima, il futuro presidente di Haiti era stato trattato in modo umiliante. “Vieni avanti, amico” – gli disse ora il neopresidente di Haiti quando lo riconobbe tra la folla durante i festeggiamenti, che ovviamente erano a base di musica.
E musica fu anche quella che sentì in carcere, ma di tipo diverso. Mentre la guardia lo conduceva con una mano sulla spalla verso la cella – inoltrandosi in un’oscurità sempre più umida – le canzoni per bambini cantate dagli altoparlanti lo gettarono nel terrore. Durante i giorni che passò in quel luogo senza forma, non avrebbe avuto altro desiderio che tagliarsi le orecchie: appendici che in quella situazione erano decisamente di troppo, due stupidi imbuti senza tappo condannati a ricevere qualsiasi cosa gli aguzzini decidessero di versarci.
Era lacerato dal rimpianto per la sua odiata EMI, che non sarebbe tornata mai più. E dal rimorso per tutti i sotterfugi a cui era ricorso in quella vita precedente, pur di ottenere un unico scopo: che si ascoltasse della musica.

Read Also