Tessera n.36: Tim Cohen0 Comments

By Bdd
Posted on 24 Aug 2009 at 3:49pm

No, non è figlio di quel simpatico vegliardo che fa tour mondiali per pagarsi le rette del monastero. Tim Cohen è di San Francisco e di mestiere fa il cantante dei vacui Fresh & Onlys, ma non è in quella veste che ci interessa bensì per la sua attività solista: da poco è uscito infatti il suo album di debutto, sobriamente titolato “The Two Sides Of Tim Cohen” (download qui).
Anche lui è molto mistico, come il simpatico vegliardo, ma alle ballate catacombali preferisce il lo-fi pop che va di moda oggi. Ovviamente poi ci sono molti modi per fare il lo-fi pop che va di moda oggi: di solito ci si ispira a Brian Wilson, in maniera più o meno smaccata; ma non sembra questo il caso di Tim Cohen, la cui scrittura anzi è molto personale. Frasi melodiche aspre, spezzate in piccoli frammenti che si trasformano, bilanciando così per contrasto la ripetitività degli schemi ritmici: ad esempio “I Swear To God” (traccia 8) è chiusa dentro la morsa di una marcetta in cassa e rullante di drum machine che resta praticamente inamovibile dal primo all’ultimo istante, quando il pezzo si conclude sfumando nel nulla; come a suggerire che – se non fosse intervenuto qualcuno ad abbassare la manopola del volume – poteva pure andare avanti per l’eternità. E’ un ritmo di batteria senza fascino, al quale si aggiunge soltanto un arrugginito tamburello che scandisce – svogliatamente e senza precisione – il tempo moderato (metronomo 121).
L’umore è pessimo, come in quasi tutto il disco. “I Swear To God” si basa su un macabro e spietato giro armonico di pianoforte (pestatissimo) che compare quasi all’inizio, assieme a surreali echi di armonica. A 24” l’ingresso della voce: “I swear to God somebody up there cares about you / And you’re about to find out who”. Una frase che di per sé sarebbe consolatoria, ma il modo in cui è cantata la rende sibillina se non vagamente minacciosa. Inoltre l’intera frase è discendente, per cui l’unico suo momento – diciamo così – luminoso è proprio il “giuro su Dio” iniziale, mentre tutto il resto (ovvero l’oggetto del giuramento) va giù gradualmente per poi fermarsi sul fondo: tanto che le parole successive si capiscono a malapena. Però si capisce che la melodia si incaglia, ripetendosi sempre più lamentosamente fino alla fine della strofa (1’07”) e senza che arrivi nemmeno l’ombra della rivelazione promessa all’inizio.
Fra una strofa e l’altra c’è una zona semiabbandonata, dove perfino l’immutabile drum machine si prende una pausa lasciando solo il ritmo del tamburello: però è qui che il pianoforte ha il suo unico slancio di pietà e speranza, proponendo una semplice idea ascendente. E lasciandoci con il dubbio che stia proprio questa la – inesprimibile – risposta su chi sia quel “qualcuno” che lassù ha cura di noi.

Vai al myspace di Tim Cohen.

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