August 2nd, 2009

Settima puntata: La boy band del Mullah

Riassunto delle puntate precedenti – Warner, Universal, Sony Music ed EMI hanno dichiarato fallimento. Un manager di quest’ultima, rimasto senza lavoro, viene contattato dall’FBI per una missione in Afghanistan: dovrà far conoscere agli indigeni la musica di Johnny Cash, suscitando sentimenti amichevoli verso il popolo americano.


“Così non va”.
Già, qualcosa non era andato, a Kabul; lui e il suo compagno di missione, un supposto sosia di Johnny Cash, ci avevano anche provato a girare la città al suono di “Ring Of Fire” e “Walk The Line” e tutto quanto. Ma un evento imponderabile era avvenuto sotto i loro occhi, manifestandosi in forma di un nastro cassette.
Ad inciderlo erano stati cinque ragazzotti, che fino ad allora sbarcavano a malapena il lunario cantando nelle feste di matrimonio. Poi ebbero appunto questa idea geniale: un pezzo dal titolo “Hawk Of Taliban”, nel quale cantavano tutta la loro nostalgia per il tempo in cui loro erano piccoli e l’Afghanistan non era stato ancora colonizzato dallo straniero.
Non sarebbero certo entrati nella storia della musica, quei quasi dieci minuti di invocazione ai Taliban: su quanto erano coraggiosi i Taliban, quanto era ordinato il paese quando comandavano i Taliban, e così via. Ma in compenso, facendo leva sul diffuso malcontento della popolazione, “Hawk Of Taliban” era diventata immediatamente una hit. Il suo ritornello sbucava in ogni momento della giornata, ad ogni angolo di Kabul: “Gloria a te, avvoltoio dei Taliban / Aspettiamo il tuo ritorno, avvoltoio dei Taliban / I missili arriveranno, con l’aiuto di Dio / Vinceremo, con l’aiuto di Dio”. Proprio quello che ci voleva, mentre il nostro eroe – auspicato destinatario dei “missili”, in quanto merigano – cercava disperatamente di socializzare, ed incuriosire gli indigeni a qualche estemporanea performance del finto Cash. Era peggio che coi Mafa: stavolta non si trattava di “selvaggi da educare”, era invece la legge del mercato a proclamare il trionfo di questi cinque ragazzotti locali sui due scalcagnati agenti segreti.
Quando il nostro eroe – che per l’FBI era l’Agente Lambda – fece rapporto ai superiori, non potè far altro che comunicare le novità: che non erano esattamente quelle che loro si aspettavano. Il tentativo di avvicinare gli afghani al country di Johnny Cash, con tutti i benefici effetti che ne sarebbero derivati, falliva per colpa di una boy band talebana. E la musica, invece di avvicinare i due popoli, stava invece aumentando l’odio nei confronti degli “invasori”.
Un po’ di irritazione era dunque comprensibile: “Rientrate immediatamente a Londra”, fu l’ordine con cui si concluse la sfortunata missione. E all’Agente Lambda andava benissimo di rientrare, basta che non se la prendessero con lui: glielo aveva pur detto, che era una sciocchezza colossale. “Così non va”. Appunto. Come sempre quando era nervoso, stringeva delle penne a sfera fino a spezzarle: durante il viaggio ne decapitò cinque, sotto gli sguardi preoccupati dell’agente Cash.
Il cane della vicina abbaiò rabbioso, quando Lambda varcò il cancelletto di casa alle due del mattino calpestando le foglie che crocchiavano. Clelia, per fortuna, lo accolse pietosamente. Era quasi contenta che il marito l’avesse finita con la professione di far vendere quei dannati compact disc: perché li odiava così tanto, ed odiava così tanto la EMI e l’intera industria discografica, che Lambda per poco non si era convinto che fossero state le sue gufate ventennali a provocarne il fallimento.
Chissà cosa avrebbe pensato lei, adesso, a sapere che questo suo nuovo e non meglio precisato incarico di “consulente” lo doveva portare in posti assai più eccitanti ed infinitamente meno raccomandabili (o forse no?) del suo ormai defunto ufficio al 43 di Brooke Green. Anche perché, nel frattempo, i cervelloni dell’FBI stavano già elaborando un nuovo piano d’azione, nel quale il ruolo dell’esperto musicale – l’Agente Lambda, sempre lui – sarebbe stato decisivo.

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