July 29th, 2009

Village Voice non paga i collaboratori

La denuncia di Everett True: “Da sei mesi mi devono 2000 dollari di arretrati, e rifiutano di rispondere alle mail”. Il giornalista si vendica riprendendosi gli articoli e pubblicandoli sul blog.
E chi pensava che il “prendi la recensione e scappa” fosse un fenomeno tutto italiano, si può consolare.

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July 28th, 2009

Dopo McCartney morto, Allevi extraterrestre

Mentre l’edizione italiana del mensile tecnologico fa piena luce sull’incidente che nel 1966 costò la vita all’ex Beatle (sostituito come è noto da un sosia), Giovanni Allevi rilascia inquietanti dichiarazioni a La Stampa: “Sono un Et atterrato sul pianoforte”.
Si attende ora l’intervista di Carlo Lucarelli ad Elvis Presley, che dal suo nascondiglio argentino annuncerà un nuovo album di duetti col faraone Ramsete III.

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July 26th, 2009

Sesta puntata: Suonare Johnny Cash a Kabul

Riassunto delle puntate precedenti – Warner, Universal, Sony Music ed EMI dichiarano fallimento. Un manager di quest’ultima resta senza lavoro. I diritti per le canzoni dei Beatles vengono nazionalizzati dal governo britannico.

“Non c’è dubbio che ciò che è avvenuto nell’ultima settimana sia un terremoto senza precedenti non solo per l’industria discografica, ma per l’intero sistema culturale così come lo conosciamo. Bene ha fatto il Primo Ministro ad intervenire prontamente, interpretando la necessità che i governi occi…”
Che palle. Il nostro exmanager, condannato a bighellonare per il resto dei suoi giorni, si era accucciato nella sua caffeteria preferita per fare un po’ di rassegna stampa: finendoci per passare l’intero pomeriggio, tanto che era rimasto l’unico cliente al piano di sopra. Peccato solo che la lettura, più che la riflessione ed eventuali intuizioni favorisse lo sbuffo ed ampi sbadigli: e ne stava appunto per fare uno, quando si sentì chiamare alle spalle. “Certo che il Financial Times è assai scaduto negli ultimi tempi, non trova?”.
Il nostro uomo si voltò. Cristo. C’era il giornalista dell’altra sera, quello che voleva intervistarlo. In quella occasione l’aveva liquidato senza troppa cortesia, ma ora, col doppiopetto ed inspiegabili occhiali scuri, incuteva poca voglia di fare altrettanto; mentre l’armadio quasi immobile che lo accompagnava, ne suggeriva ancor meno.
“Scusi sa, non vorrei pensasse male… Ma voi che lavorate nella musica siete gente un po’ strana: tutti a lamentarvi per la perdita di lavoro, e poi, quando qualcuno prova a contattarvi fuggite a gambe levate come se stessimo proponendo un camping in Siberia”.
“Io non mi lamento. Avrò una cospicua indennità. E poi, sinceramente, il mio mestiere non è parlare con i giornalisti”.
“Oh certo. Giustissimo. Ma vede, sinceramente, io sono un giornalista un po’ particolare. Non scrivo articoli per il pubblico, ma per un’agenzia federale degli Stati Uniti d’America: il suo paese d’origine, ricorda vero? Cosa posso offrirle da bere?”.
Tra un cicchetto e l’altro, la spia gli spiegò la situazione (dilungandosi anche su fantasiosi dettagli personali). A quanto pare, dunque, il governo degli Stati Uniti d’America sospettava che questa crisi musicale potesse preludere ad “una grave recessione sociale in tutto l’Occidente” (recessione “sociale”?). Bisognava che un team di esperti si “facesse carico” della situazione, e andasse in giro per il mondo a “raccogliere indizi sulla sopravvivenza della musica in aree meno sviluppate dal punto di vista economico, o politicamente più problematiche”. Il governo infatti “non avrebbe potuto permettersi di finanziare ulteriormente un settore così parassitario” (ulteriormente? E quando mai?), verso il quale “ogni tentativo terapeutico si era rivelato completamente inefficace”. Quest’ultima cosa era vera.
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July 25th, 2009

Tessera n.28: Sore Eros

Che il giornalismo rock (parlandone da vivo) abbia sempre avuto la pessima abitudine di inventare generi musicali inesistenti per elemosinare un po’ di attenzione, è cosa nota. A difesa però di NME e colleghi, va anche detto che questa cosa è cominciata assai prima del rock.
Ho sempre trovato assurda, per esempio, l’etichetta di “Impressionismo” che praticamente tutti i manuali di storia della musica (almeno i più scolastici) tuttora usano per descrivere la supposta “corrente musicale” di Debussy e Ravel. E che – siccome una corrente musicale di due soli membri non sarebbe proprio un successone – ci hanno aggiunto Scriabin, Satie, Respighi ed altri che passavano lì per caso ed ovviamente non hanno una cippa in comune l’uno con l’altro.
Ma anche riservandolo al solo Debussy – l’unico per il quale potrebbe avere qualche giustificazione – non ho mai capito come si potesse usare per la sua musica il termine “impressionismo”. Voglio dire: io ad esempio se guardo un quadro di Monet da vicino percepisco solo delle macchie di colore, mentre se mi allontano inizio davvero a “vedere” il quadro. Ecco, avviene qualcosa anche solo di lontanamente paragonabile a questa esperienza, nella musica di Debussy o dei suoi presunti compagni di cordata? Non mi pare.
Tutto questo per dire che invece la parola “impressionismo” mi è inopinatamente venuta in testa proprio ascoltando “Second Chants”, l’album di debutto di Sore Eros (download qui). Cercavo di capire che cosa mi ricordassero questi suoni così poco netti, e talmente affogati nei pozzi del riverbero da risultare molesti; ma con lo strano effetto che – quando si inizia a seguire la melodia – diventano invece gradevoli, arricchendola di sfumature imprevedibili. Fenomeno percettivo, appunto, analogo a ciò che avviene quando si osserva un quadro impressionista. Beccati questa, Debussy.
Prendiamo la traccia 2, “In My Heart”: che inizia in sordina, con il solito armamentario di effettacci psichedelici e nastri rovesciati dai quali emerge a 0’25” l’accompagnamento di chitarra. Subito dopo  entra la ritmica su tempo andante (metronomo 100) mentre la voce inizia ad intonare un testo assai profondo: “She’s in my head / She’s in my head / She’s in my heart”, da cui capiamo che Sore Eros – alla faccia dell’apparente intellettualismo – è comunque assai pucci. Questo inciso viene poi ripetuto ben quattro volte, ma continuamente spostando (seppure di poco) la metrica di “She’s in my head”; come pure varia e svaria la batteria. A 1’05” questa specie di “strofa” si conclude lasciando spazio ad una fase di liberitutti, che è poi quella cacofonia sgradevole nel dettaglio ed intrigante nell’insieme che mi faceva pensare fra virgolette all’”impressionismo”.
Sore Eros pare riemergere dal pozzo a 1’23” per ricominciare la strofa “She’s in my head”, ma quello che ancora potrebbe sembrare un pezzo pop (per quanto shittaiolo) si avvia a decomporsi completamente: a 1’43” c’è una nuova improvvisazione, poi quasi sembra che il pezzo finisca; ma a 2’06” inizia in tutta tranquillità una beata meditazione di chitarra che non c’entra nulla, sulla quale poi prenderà forma la ripetizione finale della strofa.

Vai al myspace di Sore Eros.

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July 25th, 2009

Il G8 dei music bloggers

Cinque anni dopo la prima conferenza, The Morning News richiama a raccolta le vecchie glorie della m-blog revolution per discutere la crisi dell’industria musicale.
Partecipano Fluxblog, LargeheartedBoy, SaidTheGramophone, CocaineBlunts, TheTofuhut e SoulSides (il che ne fa, per la precisione, un G6).
Ma vista l’inconcludenza delle chiacchiere, sarà mica il tempo di un ricambio generazionale?

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