Riassunto delle puntate precedenti – Warner, Universal, Sony Music ed EMI dichiarano fallimento. Un manager di quest’ultima resta senza lavoro. I diritti per le canzoni dei Beatles vengono nazionalizzati dal governo britannico.
“Non c’è dubbio che ciò che è avvenuto nell’ultima settimana sia un terremoto senza precedenti non solo per l’industria discografica, ma per l’intero sistema culturale così come lo conosciamo. Bene ha fatto il Primo Ministro ad intervenire prontamente, interpretando la necessità che i governi occi…”
Che palle. Il nostro exmanager, condannato a bighellonare per il resto dei suoi giorni, si era accucciato nella sua caffeteria preferita per fare un po’ di rassegna stampa: finendoci per passare l’intero pomeriggio, tanto che era rimasto l’unico cliente al piano di sopra. Peccato solo che la lettura, più che la riflessione ed eventuali intuizioni favorisse lo sbuffo ed ampi sbadigli: e ne stava appunto per fare uno, quando si sentì chiamare alle spalle. “Certo che il Financial Times è assai scaduto negli ultimi tempi, non trova?”.
Il nostro uomo si voltò. Cristo. C’era il giornalista dell’altra sera, quello che voleva intervistarlo. In quella occasione l’aveva liquidato senza troppa cortesia, ma ora, col doppiopetto ed inspiegabili occhiali scuri, incuteva poca voglia di fare altrettanto; mentre l’armadio quasi immobile che lo accompagnava, ne suggeriva ancor meno.
“Scusi sa, non vorrei pensasse male… Ma voi che lavorate nella musica siete gente un po’ strana: tutti a lamentarvi per la perdita di lavoro, e poi, quando qualcuno prova a contattarvi fuggite a gambe levate come se stessimo proponendo un camping in Siberia”.
“Io non mi lamento. Avrò una cospicua indennità. E poi, sinceramente, il mio mestiere non è parlare con i giornalisti”.
“Oh certo. Giustissimo. Ma vede, sinceramente, io sono un giornalista un po’ particolare. Non scrivo articoli per il pubblico, ma per un’agenzia federale degli Stati Uniti d’America: il suo paese d’origine, ricorda vero? Cosa posso offrirle da bere?”.
Tra un cicchetto e l’altro, la spia gli spiegò la situazione (dilungandosi anche su fantasiosi dettagli personali). A quanto pare, dunque, il governo degli Stati Uniti d’America sospettava che questa crisi musicale potesse preludere ad “una grave recessione sociale in tutto l’Occidente” (recessione “sociale”?). Bisognava che un team di esperti si “facesse carico” della situazione, e andasse in giro per il mondo a “raccogliere indizi sulla sopravvivenza della musica in aree meno sviluppate dal punto di vista economico, o politicamente più problematiche”. Il governo infatti “non avrebbe potuto permettersi di finanziare ulteriormente un settore così parassitario” (ulteriormente? E quando mai?), verso il quale “ogni tentativo terapeutico si era rivelato completamente inefficace”. Quest’ultima cosa era vera.
Il team avrebbe dovuto compiere indagini sull’efficacia sociale e diplomatica della musica e dei supporti musicali. “Comincerete da Kabul fra una settimana esatta. Non si preoccupi, non è più come qualche anno fa: adesso è un posto relativamente tranquillo, ma la popolazione si sente ancora duramente provata. Voi dovrete limitarvi a sottoporre alla loro attenzione la nostra musica country, in particolare Johnny Cash. I nostri esperti pensano infatti che potrebbe avere effetti assai positivi per l’integrazione fra afghani e americani”.
Aiuto. Questi erano più folli del marketing creativo EMI.
“Lei è l’unica persona che ha già un’esperienza specifica in questo campo, signore. Sappiamo della missione effettuata in Africa, dall’esito purtroppo sfortunato. Ma stavolta sarà diverso”. E sì che era diverso: quella in Africa era un’idiozia, ma non un suicidio. Questo invece ne aveva tutta l’aria.
“Si fidi, inizia oggi una grande opportunità”. Eh, appunto. Fidarsi: “E se non accettassi?”.
La spia non ascoltò, e prima di andarsene gli posò sul tavolo un telefono cellulare. “D’ora in poi usi questo, è più sicuro”.

