Tessera n.28: Sore Eros0 Comments

By Bdd
Posted on 25 Jul 2009 at 6:43pm

Che il giornalismo rock (parlandone da vivo) abbia sempre avuto la pessima abitudine di inventare generi musicali inesistenti per elemosinare un po’ di attenzione, è cosa nota. A difesa però di NME e colleghi, va anche detto che questa cosa è cominciata assai prima del rock.
Ho sempre trovato assurda, per esempio, l’etichetta di “Impressionismo” che praticamente tutti i manuali di storia della musica (almeno i più scolastici) tuttora usano per descrivere la supposta “corrente musicale” di Debussy e Ravel. E che – siccome una corrente musicale di due soli membri non sarebbe proprio un successone – ci hanno aggiunto Scriabin, Satie, Respighi ed altri che passavano lì per caso ed ovviamente non hanno una cippa in comune l’uno con l’altro.
Ma anche riservandolo al solo Debussy – l’unico per il quale potrebbe avere qualche giustificazione – non ho mai capito come si potesse usare per la sua musica il termine “impressionismo”. Voglio dire: io ad esempio se guardo un quadro di Monet da vicino percepisco solo delle macchie di colore, mentre se mi allontano inizio davvero a “vedere” il quadro. Ecco, avviene qualcosa anche solo di lontanamente paragonabile a questa esperienza, nella musica di Debussy o dei suoi presunti compagni di cordata? Non mi pare.
Tutto questo per dire che invece la parola “impressionismo” mi è inopinatamente venuta in testa proprio ascoltando “Second Chants”, l’album di debutto di Sore Eros (download qui). Cercavo di capire che cosa mi ricordassero questi suoni così poco netti, e talmente affogati nei pozzi del riverbero da risultare molesti; ma con lo strano effetto che – quando si inizia a seguire la melodia – diventano invece gradevoli, arricchendola di sfumature imprevedibili. Fenomeno percettivo, appunto, analogo a ciò che avviene quando si osserva un quadro impressionista. Beccati questa, Debussy.
Prendiamo la traccia 2, “In My Heart”: che inizia in sordina, con il solito armamentario di effettacci psichedelici e nastri rovesciati dai quali emerge a 0’25” l’accompagnamento di chitarra. Subito dopo  entra la ritmica su tempo andante (metronomo 100) mentre la voce inizia ad intonare un testo assai profondo: “She’s in my head / She’s in my head / She’s in my heart”, da cui capiamo che Sore Eros – alla faccia dell’apparente intellettualismo – è comunque assai pucci. Questo inciso viene poi ripetuto ben quattro volte, ma continuamente spostando (seppure di poco) la metrica di “She’s in my head”; come pure varia e svaria la batteria. A 1’05” questa specie di “strofa” si conclude lasciando spazio ad una fase di liberitutti, che è poi quella cacofonia sgradevole nel dettaglio ed intrigante nell’insieme che mi faceva pensare fra virgolette all’”impressionismo”.
Sore Eros pare riemergere dal pozzo a 1’23” per ricominciare la strofa “She’s in my head”, ma quello che ancora potrebbe sembrare un pezzo pop (per quanto shittaiolo) si avvia a decomporsi completamente: a 1’43” c’è una nuova improvvisazione, poi quasi sembra che il pezzo finisca; ma a 2’06” inizia in tutta tranquillità una beata meditazione di chitarra che non c’entra nulla, sulla quale poi prenderà forma la ripetizione finale della strofa.

Vai al myspace di Sore Eros.

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