Quinta puntata: Mao e i Beatles0 Comments

By Bdd
Posted on 19 Jul 2009 at 10:24am

Riassunto delle puntate precedenti – Un manager della EMI assiste impotente al crollo della compagnia, strangolata dai debiti e seguita a ruota nel suo destino dalle altre multinazionali discografiche. Rimasto disoccupato, non gli resta che darsi al jogging…


Qualcuno, non ricordiamo chi, disse un giorno: “Gli ultimi saranno i primi”. Lì per lì nessuno capì di cosa cazzo stava parlando; come non lo capirono analisti e commentatori che si affannarono a trovare un filo di senso nella caotica apocalisse dell’industria discografica appena andata in scena.
Comunque andassero le cose, intanto, il nostro ex-missionario dei cd adesso era a spasso. Letteralmente. Infatti il giorno dopo andò a farsi una (diciamo così) corsa partendo dai giardinetti di Brook Green, in compagnia di uno dei più pettegoli coglioni fra i suoi ormai ex-colleghi. I due procedevano con esasperante lentezza  sui marciapiedi ricoperti di foglie già schiattate lungo Shepherd’s Bush Road, verso la periferia occidentale della città; con il socio che svelava le più riservate e fantasiose illazioni su chi avrebbe acquisito le carcasse della loro e delle altre aziende. Se la ridevano evocando alcuni loro amici che ancora tenevano un negozio di cd, destinati probabilmente ad un futuro da rigattieri e straccivendoli (metamorfosi che del resto, senza accorgersene, era iniziata molto tempo prima). E di quando in quando, i due si incrociavano – come erano soliti fare – sulla comune ammirazione per il premier David Cameron, grande uomo d’azione: tuttavia quel giorno avrebbero dovuto pensarci bene, non potendo nemmeno immaginare (per la verità, nessuno avrebbe potuto immaginarla) l’azione che a Downing Street si stava decidendo di compiere, proprio in quel momento.
Nonostante sdrammatizzassero, la situazione restava però rivoltante: e non solo per loro che ne erano direttamente coinvolti, ma perché EMI e le altre non erano aziende normali. Non erano banche o industrie automobilistiche, importanti quanto si vuole per l’economia del Paese ma riconducibili in fondo a nient’altro che numeri. Quote di mercato intercambiabili e senza storia. La loro no, quello era un pezzo della civiltà occidentale. La musica mica poteva dichiarare bancarotta come un private equity qualunque: che cosa sarebbero state l’Inghilterra, gli Stati Uniti, l’Occidente intero senza più l’asse portante della cultura pop? E senza più quei marchi che avevano accompagnato l’ultimo secolo di storia, i musicisti si sarebbero ridotti tutti a farsi le cassettine come gli adolescenti falliti e gli africani? Che amarezza, anzi: che figura di merda mondiale, pensò il nostro eroe.

Quando rientrò a casa, c’era un motociclista appoggiato alla moto. Non era solo un motociclista, era un giornalista: grazie ma non è il momento, l’ex manager non aveva niente da dirgli. Intanto un altro ex, ovvero l’ex consulente del marketing creativo EMI che – fra le altre cose – aveva sulla coscienza la missione in Africa del nostro amico, saliva soddisfatto su un taxi all’uscita dal numero 10 di Downing Street. Aveva appena partecipato ad una riunione. Una riunione importante, nella quale come al solito aveva fatto centro convincendo l’uomo d’azione David Cameron a prendere una decisione storica. E difatti quella sera riempì tutte le tv del regno mentre annunciava la nazionalizzazione – che cosaaaaa? – sì, proprio la nazionalizzazione dell’intero catalogo dei Beatles, grazie alla quale il Regno Unito avrebbe iniziato a ripianare parzialmente i debiti delle multinazionali fallite e al tempo stesso avrebbe assicurato alla collettività (mettendolo per sempre al riparo da qualsiasi sfruttamento commerciale) “un simbolo nazionale nonché fra i momenti più alti della cultura inglese contemporanea”. E sarebbe stata solo “la prima mossa per salvare la nostra tradizione musicale dalla svendita al primo che passa”, assicurò.
Per essere un uomo d’azione certamente lo era, riflettè allora l’ex manager. Forse anche troppo.

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