Riassunto delle puntate precedenti - Un manager della EMI, dopo una velleitaria missione di marketing in Africa, assiste impotente alla bancarotta dell’azienda. E questo purtroppo è solo l’inizio…
Quella notte il nostro eroe, ancora scosso dagli eventi, fece un sogno che – ad essere onesti – dimostra con poca pietà la sua mancanza di fantasia. Insieme a lui c’erano diversi colleghi, o meglio ex-colleghi, con altra gente che non conosceva: ed erano tutti intenti a raccogliere cd dagli alberi, disponendoli poi in verticale sul pavimento l’uno accanto all’altro. La fila cresceva fino a diventare un serpentone enorme, tanto che era ormai difficile trovare dove mettere i piedi fra quella distesa sempre più fitta. Finché ad un certo punto, l’ex manager sentiva un urlo – non sapendo dire se fosse suo o altrui – e voltandosi vedeva i cd cadere a valanga uno dopo l’altro, a terrificante velocità x rispetto al tempo y, come le tessere di un domino. Meno onirico – ma ugualmente spettacolare – era invece ciò che attendeva la mattina dopo a Wall Street le tre superstiti multinazionali dell’industria discografica.
Ora che la EMI era finalmente soffocata nei suoi miliardi di debiti, si rompeva quella specie di fiducioso equilibrio sul baratro per cui creditori ed investitori da anni tenevano in piedi la baracca; nonostante i buchi fossero nel frattempo diventati voragini nelle quali nessuno aveva voglia di addentrarsi. Ma quel giorno ci cascarono tutti dentro, e nel giro di poche ore. Il nostro manager – con la faccia aggrottata e ancora sonnambula – aveva appena appoggiato la bustina nella tazza per versarvi l’acqua bollente quando Sony, Warner e Universal aprirono le contrattazioni in borsa con forti ribassi. Il diffondersi incontrollabile delle voci più catastrofiche fece il resto, lasciando precipitare il loro valore. Infine una dopo l’altra emisero drammatici comunicati per ammettere che non c’erano i soldi per ripagare le obbligazioni sottoscritte due anni prima: avrebbero dunque portato i libri in tribunale, e tutti gli asset di proprietà sarebbero stati messi all’asta.
Nessuna grande azienda dedicata avrebbe più prodotto né distribuito musica per chissà quanto tempo. Il music crunch era iniziato molto tempo prima della recessione mondiale: e dopo averla anticipata ne marcava così il culmine più clamoroso e forse più doloroso, perché nella percezione collettiva si portava all’inferno la cultura pop nel suo complesso. E su queste rovine ancora fumanti dell’industria musicale, scoppiò il tumulto. In America si scatenarono scene di isteria, come se tutte le popstar della terra avessero deciso di tirare le cuoia contemporaneamente.
Non erano tanto i posti di lavoro perduti: quelli ormai si era abituati a vederli, dopo tanti anni di crisi economica. No, era l’Occidente stesso che vedeva sfracellarsi i suoi simboli, e metterne in vendita i cocci: e per questi simboli, da Springsteen a Britney Spears, era uno smacco di portata definitiva. A questo punto, poteva esserci ancora un Occidente come lo si era inteso fino a quel momento? Se questa civiltà adesso dichiarava bancarotta, ammettendo di non avere più soldi per produrre i propri blockbuster che erano stati finora il veicolo del loro imperialismo, significava la fine del capitalismo applicato ai suoni? O della globalizzazione? Oppure adesso l’Occidente avrebbe subito dall’Asia, dall’Africa, dal Sud America il suo stesso colonialismo culturale?
Uscendo di casa dopo questo colpo di scena che ormai non lo riguardava più, il nostro ex-manager si rendeva solo conto che un intero secolo di industria musicale stava sbriciolandosi ingloriosamente. Ed era assai improbabile che qualcuno avesse dedicato a loro, ai discografici, un monumento come quelli per gli eroi di certe antiche imprese coloniali; anche perché le loro guerre contro la “pirateria” dei quindicenni brufolosi non erano certo state così epiche quanto quelle dei generali inglesi nell’Ashanti. E neanche così vittoriose.

