I Blue Rabbit sono un collettivo barocco-indie di San Francisco capitanato da Heather Anderson, basato su tre voci femminili, violoncello e batteria: sui quali l’arpa celtica ricama a volontà, mentre più limitati sono gli interventi di pianoforte e chitarra ed altri. Le melodie sono spesso in modo minore, oscuro e lunare; con inclinazioni sadiche evocate dalle dissonanze. I testi sono narrativi, e parte di un progetto della stessa Anderson intitolato “The Story Of Sadie Jones” (qualche dettaglio qui).
Fra i brani presenti nell’ep di debutto “Separate”, uscito ad ottobre 2008, prendiamo ad esempio la colossale “Missing Piece”: 6 minuti e 20 di lamento bifronte, composto in pratica da due pezzi diversi che si alternano in continuazione. Il primo è una funebre marcia blues, dapprima per voce sola poi in coro, nella forma ormai aulica di 12 battute; dall’andamento strascicato, il testo pervaso da un tragico senso di perdita, il violoncello ad accennare una danza modaleggiante e zoppa subito interrotta, e l’arpa che si fa sentire soprattutto nel finale, facendo da raccordo per il secondo pezzo. Che è invece uno swing, dal vivace ritmo in 4 regolarmente scandito dallo schiocco delle dita, ma basato sulla stessa progressione lamentosa del primo.
Entrambi questi pezzi, A e B, vengono eseguiti 6 volte nell’arco di “Missing Piece”: dando luogo ad una forma del tipo A-A-B-B-A-A-B-B-A-A’-B’-B (nel complesso comunque la sezione A è preponderante, perché più lunga di B). Ad ogni ripetizione ci sono delle varianti, specie nell’impasto delle voci che cambia continuamente, e spesso alcuni strumenti escono dal seminato ribellandosi all’insieme per poi rientrare nei ranghi. Questi disturbi si inquadrano nel senso di tradizionale americanità che pervade Missing Piece, in quanto sia la marcia blues che lo swing rimandano a forme consolidate nella prima metà del secolo scorso.
Pitchfork-free tested.
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