3 – Music crunch0 Comments

By Bdd
Posted on 21 Jun 2009 at 9:36am

Riassunto delle puntate precedenti – La EMI, in un disperato tentativo di risollevare le sorti dell’azienda, manda un suo manager presso la tribù africana dei Mafa per verificare la possibilità di aprire nuovi mercati. Dopo il ritorno a Londra però lo attende un’amara sorpresa…

«La fine della EMI». Così si immaginò che sarebbe stato il titolone sui giornali dell’indomani, mentre leggeva la comunicazione inviata dal piano di sopra. Avrebbero scritto più o meno tutti le stesse cose, quei becchini da strapazzo. Qualcuno avrebbe aperto con «La crisi economica affonda EMI», in una simpatica metafora navale; altri avrebbero preferito quella medica: «Citigroup stacca la spina ad EMI», o magari qualcosa di più epico-militare come «Crolla l’impero del pop» (il che non avrebbe comunque impedito di infilare l’affondamento di EMI nell’occhiello). Poteva anche scommettere che qualche genio della vanga in licenza poetica sarebbe stato capace di inventarsi un «L’ultima canzone della EMI». Ed avrebbe azzeccato. Ma non era il caso di fare scommesse, vista la situazione, meglio tenere i soldi da parte (e poco serviva a consolarsi pensare che presto i newspapers avrebbero fatto la stessa fine).
Adesso ci si erano schiantati, alla fine. Il manager continuava a fissare la mail sullo schermo, con il referto della capitolazione spedito dal boss ai dipendenti alle ore 8.35: da lì a poche ore la notizia sarebbe divenuta pubblica, e tutti avrebbero saputo che la vecchia baldracca – questo pozzo senza fondo del mercato discografico – aveva smesso di soffrire. E di sfidare le leggi dell’economia. E di giocare a battaglia navale con i pirati, e rendersi sempre più odiosa al pubblico alla faccia della fidelizzazione. Chissà se c’era stata una goccia che aveva fatto traboccare il vaso: magari proprio quella geniale pensata dell’ufficio marketing creativo per cui lui era stato mandato fra i Mafa del Camerun. Poveri Mafa – pensò – non sarebbe più arrivata nessuna Katy Perry a rallegrare le loro appestate esistenze.


E poveri anche molti dei dipendenti che passarono la mattinata radunati nella cantina sotterranea, dell’Emi House, più che altro per consolarsi a vicenda. In quel luogo che cancellava le caratteristiche fisiche, i modi personali di esprimersi, le storie individuali, avevano vissuto per anni. Ah, sospirava il nostro eroe: nonostante per sua fortuna avesse già venduto (proprio dopo la missione in Africa) tutte le sue partecipazioni nella multinazionale, e ora aveva da parte un gruzzolo niente male. Certo si rendeva conto che perdeva una condizione privilegiata, pure prestigiosa, per quanto ormai era da un pezzo che tutto ciò non aveva più alcun senso. Alla fine tutti quanti vennero visti uscire in processione dal quartier generale, portando in braccio i loro scatoloni con la carriera dentro, non più missionari del cd ma suoi martiri. I turisti allungavano il consueto giro di Westmister per fotografare il mesto spettacolo, e testimoniare il “crollo dell’impero del pop”. C’era un grande viavai di camion che svuotavano la EMI House, mentre in un piccolo parco lì di fronte venivano fatte giacere le sagome cartonate degli artisti – reliquie funebri che i passanti si portavano a casa come fossero stati mattoni del muro di Berlino.
Framezzo alla varia gente accorsa per curiosità, per nostalgia o per lavoro, il manager neodisoccupato sgattaiolò rapidamente sulla sinistra lungo Brook Green passando di fronte alla bella chiesa cattolica di Holy Trinity. Il suono delle campane stava annunciando l’inizio della messa. E’ questa una zona quasi di campagna nel cuore di Londra, con le casette basse circondate dal prato, ed era poco più avanti su quella stessa strada che il nostro eroe – assieme alla moglie – aveva scelto di abitare quasi vent’anni prima.
Durante la serata, l’ormai ex manager guardò diversi telegiornali e spezzò quattro penne a sfera. Un record prevedibile, dato che aveva l’abitudine di stringerle tanto più forte quanto più era teso.

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