Fiumi di parole0 Comments

By Bdd
Posted on 18 Jun 2009 at 10:40am

Dall’Introduzione di Carlo Boccadoro a Racconti Musicali, Einaudi (2009), p.V


“L’essenza della musica sfugge talmente a qualunque possibilità di conoscenza, che l’uomo tenta di spiegarsela mediante spiegazioni immaginarie; sia, come Pitagora, assimilandola ai numeri (toi arithmoi de ta pant’epeoiken); sia, come Goethe, presentandola come una ‘architettura fluida’ (…) sia, come Schopenhauer, facendo di lei l’immagine della volontà pura.
Ma a che tentar conoscere l’inconoscibile? A che voler spiegare l’inesplicabile? La sola definizione che si addica alla musica è: la Non Mai Conoscibile”.
Queste parole di Alberto Savinio provengono da uno scritto intitolato significativamente Musica estranea cosa.
Per Savinio è proprio questo senso di estraneità, di non appartenenza e intangibilità della musica ad esercitare sull’uomo un’attrazione magnetica irrefrenabile; il mistero che avvolge l’universo sonoro risulta allo stesso tempo impenetrabile e trascendente per chi cerchi di decodificarlo.
D’altronde Savinio non è certo l’unico scrittore che abbia testimoniato la problematicità di esegesi che la musica si porta dietro, come un marchio a fuoco, fin dal suo primo apparire.
Uno dei luoghi comuni più triti che vengono ripetuti quando si affronta quest’argomento, infatti, è quello che vede la musica prendere corpo unicamente “dove finiscono le parole” come se, essendo loro stessi inesprimibili, i suoni organizzati si trovassero in posizione privilegiata per poter descrivere qualcosa di altrettanto impossibile da verbalizzare (perlopiù si tratta, nella media, di emozioni incontenibili, commozioni fluviali e squadernamenti d’anime innamorate), neanche fossero pallidi teodofori al servizio del linguaggio, costretti a raccoglierne il testimone per proseguire controvoglia la corsa verso altitudini espressive non raggiungibili in altro modo.

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