Qualche settimana fa è andato in scena a Lexington uno spettacolo teatral-musicale intitolato “With the Needle That Sings in Her Heart”, e ispirato all’indie-classico “In the Aeroplane Over the Sea” dei Neutral Milk Hotel. Artefice dell’operazione, Amanda fucking Palmer (tornata là dove studiava teatro prima di diventare Amanda fucking Palmer).
Francamente io non è che ci abbia capito moltissimo, anche perché l’ho visto in streaming e – tutte le volte che per qualche motivo si interrompe la visione – tale streaming riparte daccapo e non c’è modo di rimandarlo velocemente al punto di prima. Eppure, quel poco che si riusciva ad intuire non era affatto poco.
La palmerizzazione della musica originaria, prima di tutto, è evidente: il lavoro non suona né come l’originale, né come alcun altro musical sentito prima d’ora; il modello principale essendo il solito Kurt Weill sempre citato fin dall’esordio dei Dresden Dolls, ma che qui ritrova la sua dimensione teatrale. Così il valzer macabro di “Fool” – che nel disco dei NMH era un breve intermezzo – qui cavalla per tutta la prima parte della rappresentazione; mentre l’opening track “King Of Carrot Flowers” arriva molto più avanti, coralizzata, segnando uno scoppio di vitalità tanto più irresistibile quanto a lungo repressa. Le musiche insomma sono le stesse, ma – completamente ricollocate all’interno dell’alternanza fra momenti musicali e parlati – acquisiscono un nuovo significato, e non solo per l’idea drammaturgica che ci viene costruita sopra (e che è incentrata sul dissidio vissuto da Anna Frank, tra la realtà del campo di concentramento e la sua immaginazione di ragazza).
Il musical, o neomelodramma, o opera-rock, o comunque la si voglia chiamare, è stato a lungo deriso per la sua natura cialtronesca e kitsch: essendo spesso il tentativo velletario di rendere commestibile al pubblico di oggi l’opera lirica, o viceversa quello di far salire d’ambizione la canzonetta (e non saprei cosa sia peggio). In questo mefitico scenario, il “musical” di Amanda Palmer piomba come un sonoro ceffone ad indicare un’inaspettata via teatrale della musica pop; e non come semplice diversivo ma come modo per riappropriarsi del corpo, liberandolo dagli estremi opposti della dittatura bidimensionale videoclippara e della retorica springsteeniana del concertone rock.
Riappropriarsi del corpo
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