April 30th, 2009

I cattolici e l'ignoranza

da Voglia di violino di Leonardo Pinzauti, Passigli 2000, p.103

[...] Il mondo cattolico offriva il fianco alle critiche dei “laici” più provveduti con una sorta di pressappochismo culturale endemico, per me irritante specialmente quando si riferiva alla vita delle arti e alla musica in particolare, dove l’ignoranza dei cattolici appariva addirittura desolante. Ho ancora nella mente, ad esempio, il contrasto di comportamento dei cattolici “impegnati” di Firenze, che accorsero in folla ad un concerto al Comunale di Père Duval, una sorta di cantautore “spirituale” senza dubbio comunicativo e simpatico, ma di modesta statura artistica, nel quale si rispecchiava allora la moda dei “preti operai” francesi. Pochi giorni dopo, invece, quando venne a Firenze Paul Hindemith [...] non c’era un cattolico di qualche rilievo politico o culturale nemmeno a riceverlo in Palazzo Vecchio [...]. Perché in effetti anche per i “lapiriani” più avveduti c’era un’indifferenza quasi ostentata per tutto quello che sapeva di “estetico”.

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April 26th, 2009

Sound fiction

Personalmente, detesto le musiche di ispirazione letteraria più o meno diretta: non per un fatto ideologico, eh, ma perché invocare modelli “alti” è una delle scorciatoie più diffuse per rimediare alla mancanza di idee. E più in generale, perché la musica è da oltre un secolo sottomessa agli altri campi espressivi: e durante questa civiltà dell’immagine che auspicabilmente stiamo ormai per lasciarci alle spalle, la sua schiavitù rispetto alle forme visuali è stata ed è tuttora ai limiti del patologico.
Quando questa sottomissione viene ribaltata, ovvero quando sono le altre arti ad attingere alla musica, ciò assume allora un significato dirompente: ed è questo il caso della letteratura ispirata ad argomenti musicali. Di recente è uscita per Einaudi un’antologia intitolata proprio Racconti musicali che raccoglie scritti di Murakami, Oliver Sacks, Truman Capote, Achille Campanile, Anton Cechov, Agatha Christie ed altri più o meno celebri. Racconti, appunto, che hanno per un motivo o per l’altro a che vedere con la musica. E Carlo Boccadoro, il curatore, giustamente polemizza nell’Introduzione contro la lunga tradizione di svilimento della musica all’interno del panorama culturale: “La deleteria abitudine, cresciuta esponenzialmente durante il Romanticismo, a considerare l’arte musicale unicamente come impermanente stampella di qualche raffazzonata impressione visiva è continuata, inossidabile attraverso i secoli”. E ne ha per tutti, da Giovanni Gentile e Giuseppe Lombardo Radice che elaborarono i programmi scolastici italiani nel 1923, al monopolio culturale a-musicale dei Pasolini e dei Pavese, dei Moravia e dei Vittorini, dei “Nuovi Argomenti” e dei “Quaderni Piacentini”.
Questa raccolta pare anche un primo tentativo di definire un sotto-genere letterario che finora è esistito senza saperlo, trasversalmente agli orientamenti stilistici e geografici più disparati. E certo, si dirà, nessuna sound fiction potrà essere romanzesca e fantasiosa quanto il cosiddetto giornalismo musicale nostrano alla Gino Castaldo: che da sempre ci racconta la musica sotto forma di glorificazione aneddotica, e appunto pseudo-letteraria, dei “miti del rock”. Ma anche per questo può essere utile individuare un filone letterario di ispirazione musicale: abituarsi a separare, laicamente, la figura del narratore da quella del critico.

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April 24th, 2009

Tessera n.16: Slut

Segnatevi bene… ok, smetto. Del resto difficile che abbiano fortuna, questi qui, visto che esistono dal 1995 e in quattordici anni non hanno mai avuto la benché minima menzione dalla Pravda Indie. A sfavore di questi quattro ragazzi gioca anzitutto una certa marginalità geografica: provengono infatti non dalla Germania chic berlinese ma da un castello di Ingestaldt, in Baviera. Nel 2005 parteciparono anche ad un concorso di canzonette, e finirono dodicesimi su sedici. Non male.
Difficile dunque capire perché abbiano intitolato Still no.1 il loro ultimo disco: l’unica ipotesi che si può fare è che vivere in un castello della Baviera faccia perdere qualsiasi legame con il paese reale, e ciò rende gli Slut una perfetta incarnazione dello spirito isolazionista della TdA. Nelle loro canzoni è sempre difficile stabilire il confine tra allegria e disperazione. La title track è un ottimo esempio della loro adolescenzialità fuori tempo massimo, dove si costruisce e si rivendica un’epica del nulla: “Whatever it takes to get numb I’ll be still number one”. L’esplosione di energia (qui e altrove) è sempre lontana da qualsiasi tentazione di serietà: ma porta con sé una malinconia senza spiegazioni, e perciò senza rimedio.

Vai al myspace degli Slut.

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