March 26th, 2009

Tessera n.12: Circuit Des Yeux

Una buzzkiller va sempre bene, e così un elemento come Circuit Des Yeux sembra fatta apposta per uccidere con la sua osticità l’antipatico buzz sulla moan wave. “Somiglia più a una seduta psichiatrica con tanto di elettroshock in cantina, che non a un disco” – scrivono Savini e Mattioli su Blow Up – “composizioni monche e sofferenti, il lerciume di cui la registrazione è cosparsa e l’isteria vocale che spesso prende il sopravvento sui pianoforti pizzicati, le corde torturate, gli ansimi trattenuti e gli aborti folk”.
Ma volendo la si può anche ascoltare in altro modo, ed è lei stessa a fornire la chiave giusta: “Talvolta uso la voce come altri userebbero la batteria o la tastiera, magari al posto di un riff di chitarra”. E il fascino della musica neoprimitiva in effetti sta tutto qui, in questa inversione tra voce e strumento che apre inquietanti prospettive sul futuro: da un lato si ricollega infatti alla lunga tradizione della voce che si fa strumento, dall’altro è il contraltare perfetto ai progressi dell’intelligenza artificiale in musica. Avvicinandosi l’epoca in cui un oggetto materiale come il computer potrà sembrare umano e perfino artista in grado di comporre musica autonomamente, all’estremo opposto c’è l’essere umano – orfano della propria specificità – a volersi trasformare in oggetto attraverso la de-umanizzazione della propria voce (ovvero del proprio corpo).

Vai al myspace di Circuit Des Yeux

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March 23rd, 2009

Betty Moore contro i Baustelle

immagine-31Arriva il trailer del prossimo Malvageddon, dedicato alla band di Francesco Bianconi: una rockstar che adesca le “bimbominkia” parlando di baudlèr e di Rohmer.
Fra occhiali grossi e fughe di Bach, finalmente svelati i “penetranti sottotesti” del nuovo Pasolini: i suoi personaggi preferiti di Topolino erano Zapotec e Marx.

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March 23rd, 2009

La castrazione critica

da “Il critico? Non serve più” di Goffredo Fofi, Il Messaggero, 14 marzo 2009

Tutto cambia con accelerazioni impreviste e spaventanti [...]. Cambia, è cambiata anche la critica. Il sistema in cui viviamo non ha bisogno di mediatori altro che mercantili. Il ciclo della trasmissione delle parole scritte e recitate, delle immagini, dei suoni continua a comprendere tre figure, secondo la tradizione: l’autore, il critico e il lettore-spettatore-ascoltatore, cioè il cosiddetto pubblico. Tutte e tre sono state invase e mutate dalla logica della merce, fanno più che mai parte del ciclo delle merci, del mercato.

[...] In questo meccanismo economicamente così rigido e diviso, dove sta la sua libertà, la sua capacità di farsi, come si diceva una volta, “critico militante” della cultura necessaria? Non si deve certo confondere la militanza con l’appartenenza a una conventicola quelle ci sono ancora, e il sistema ne ha bisogno, forniscono l’olio che evita le inceppature e dà l’illusione della libertà, come accade in politica, e in ogni medium, in ogni merce; ma anche se i suoi membri si danno un’impettita importanza, contano pochissimo, e niente se non stanno al gioco stabilito dagli editori, dai produttori. Il critico, disse un buon critico di cinema in anni che sembrano ormai lontanissimi, spedisce una lettera al pubblico perché la legga l’autore [...]. E se il sistema della merce non ti dà più i mezzi per farlo (la carta, la busta, i francobolli, gli uffici postali, i postini)? Da dove si può mettere in crisi il meccanismo di cui si è diventati ostaggio? [...] far critica a questo punto non è soltanto spiegare e discutere un libro un film un concerto una mostra, è ampliare il quadro, è ricollocare le opere nel loro contesto (anche di mercato), è vederne e svelarne quasi sempre la superfluità e serialità e la funzione di anestetizzante dei bisogni veri del fruitore, è porsi domande molto più generali a monte della “semplice” recensione, è spiegare a se stessi e al lettore (e all’autore) la ragnatela del contesto. Capire, qualcosa di più della singola opera, e spiegare, dandosi anche, necessariamente, una funzione “pedagogica”, che ridesti il fruitore e anche l’autore…

Questo compito sono ben pochi a darselo, perché a loro va bene il mondo così com’è, anche se è quello che dovrebbero fare oggi più che mai. È parlare non solo di romanzi e film, canzoni e quadri, ma del mondo tremendo in cui vengono prodotti e in cui autori critici fruitori ci troviamo a vivere. Se non vogliamo vivervi da bruti, e cioè da autori e fruitori di merci scadenti e drogate che hanno lo scopo di renderci sempre più impotenti, sempre più consenzienti.

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March 22nd, 2009

La sudditanza psicologica

Fu Gianni Brera il primo a parlare di sudditanza psicologica: intendendo con essa il meccanismo che scattava nella testa degli arbitri portandoli a favorire la squadra forte dell’epoca, ovvero l’Inter di Herrera. E lo stesso retroscena inconscio può forse spiegare ciò che scatta nella testa degli arbitri musicali (gli ormai estinguendi “critici”, insomma i mediatori in qualunque forma si manifestino),  di fronte a quegli artisti che incutono troppa soggezione per consentire di essere sminuiti o attaccati. Tanto che talvolta sembra necessario chiedere il permesso per farlo.
Bene ha fatto allora qualche tempo fa l’onorevole Andreotti a sfiduciare gli Animal Collective, ribattezzati per l’occasione “Animali del consenso collettivo”. Perché la sudditanza psicologica agisce come un’ipnosi, impedendo al post-critico di mantenere il controllo del proprio udito; e a questo punto I modi possibili per rompere l’incantesimo sono la stroncatura e la parodia.
Si dirà: ma se una band diventa così importante, ci sarà un motivo. Senz’altro che ci sarà. Anche l’Inter di Herrera e la Juve di Moggi avevano i loro motivi per essere tali. Però – anche laddove non intervengano fattori più torbidi a falsare il gioco – non è bello ignorare un rigore contro le grandi solo per paura di inimicarsi la tifoseria. E se almeno nello sport certi vizi suscitano polemiche e indignazione, in musica si alimenta con tutta tranquillità l’inefficienza quando non la sclerosi del sistema.
Si dirà anche, per esempio: nessun critico è imparziale. Ah, certo. Come non lo sono gli arbitri. Ma da chiunque voglia ancora operare come “mediatore” tra la musica ed il pubblico – fosse anche solo l’amico che ti consiglia un disco piuttosto che un altro – ci aspetteremmo che lo faccia almeno attraverso la sua parzialità, e non con quella del più forte.

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