Una buzzkiller va sempre bene, e così un elemento come Circuit Des Yeux sembra fatta apposta per uccidere con la sua osticità l’antipatico buzz sulla moan wave. “Somiglia più a una seduta psichiatrica con tanto di elettroshock in cantina, che non a un disco” – scrivono Savini e Mattioli su Blow Up – “composizioni monche e sofferenti, il lerciume di cui la registrazione è cosparsa e l’isteria vocale che spesso prende il sopravvento sui pianoforti pizzicati, le corde torturate, gli ansimi trattenuti e gli aborti folk”.
Ma volendo la si può anche ascoltare in altro modo, ed è lei stessa a fornire la chiave giusta: “Talvolta uso la voce come altri userebbero la batteria o la tastiera, magari al posto di un riff di chitarra”. E il fascino della musica neoprimitiva in effetti sta tutto qui, in questa inversione tra voce e strumento che apre inquietanti prospettive sul futuro: da un lato si ricollega infatti alla lunga tradizione della voce che si fa strumento, dall’altro è il contraltare perfetto ai progressi dell’intelligenza artificiale in musica. Avvicinandosi l’epoca in cui un oggetto materiale come il computer potrà sembrare umano e perfino artista in grado di comporre musica autonomamente, all’estremo opposto c’è l’essere umano – orfano della propria specificità – a volersi trasformare in oggetto attraverso la de-umanizzazione della propria voce (ovvero del proprio corpo).
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