Un sistema fondato sulla clandestinità non è fatto per durare a lungo. E se c’è un sistema fondato sulla clandestinità è il sistema musica, che infatti (come è fin troppo noto) non se la passa proprio benissimo. Per certi versi ha perfino anticipato la recessione globale scoppiata nei mesi scorsi: e per certi versi – con la sua alleanza di fatto fra il proibizionismo sempre più immondo e una clandestinità sempre più dilagante – ne costituisce lo spauracchio supremo, il riassunto di tutto ciò che si dovrebbe evitare.
Chris Anderson nel suo libro in uscita a luglio annuncia una nuova era di pasti gratis per tutti, ma per adesso i segnali vanno in direzione opposta. Solo in questi ultimi giorni abbiamo avuto: le radio di lastfm che diventano a pagamento, la situazione disperata delle startup musicali, ed in particolare di Imeem, la parziale liberalizzazione delle tariffe di iTunes che riporta all’epoca delle sperequazioni, e perfino Pirate Bay che lancia un servizio non gratuito. Non parliamo poi dell’Italia delle libertà che guida la classifica della demenza proibizionista; suscitando per reazione la disobbedienza civile del download, come ai tempi delle campagne sull’aborto e lo spinello libero.
E se poi, a causa di o nonostante queste mosse, le aziende musicali fallissero davvero? Sì, lo si dice da anni, ma mettiamo che chiudano baracca sul serio. Faranno come i dipendenti di Lehman Brothers, prendono i loro scatoloni e arrivederci? E soprattutto, con chi ce la prendiamo dopo?
Del resto è più realistico pensare ad un loro progressivo autoridimensionamento: minori investimenti sulla produzione, la distribuzione e la promozione di musica. Coldplay e Decemberists se la caveranno lo stesso, mentre per i peones salire al rango del professionismo diventerà ancora più difficile: ma non è detto che sia un male.

