Fu Gianni Brera il primo a parlare di sudditanza psicologica: intendendo con essa il meccanismo che scattava nella testa degli arbitri portandoli a favorire la squadra forte dell’epoca, ovvero l’Inter di Herrera. E lo stesso retroscena inconscio può forse spiegare ciò che scatta nella testa degli arbitri musicali (gli ormai estinguendi “critici”, insomma i mediatori in qualunque forma si manifestino), di fronte a quegli artisti che incutono troppa soggezione per consentire di essere sminuiti o attaccati. Tanto che talvolta sembra necessario chiedere il permesso per farlo.
Bene ha fatto allora qualche tempo fa l’onorevole Andreotti a sfiduciare gli Animal Collective, ribattezzati per l’occasione “Animali del consenso collettivo”. Perché la sudditanza psicologica agisce come un’ipnosi, impedendo al post-critico di mantenere il controllo del proprio udito; e a questo punto I modi possibili per rompere l’incantesimo sono la stroncatura e la parodia.
Si dirà: ma se una band diventa così importante, ci sarà un motivo. Senz’altro che ci sarà. Anche l’Inter di Herrera e la Juve di Moggi avevano i loro motivi per essere tali. Però – anche laddove non intervengano fattori più torbidi a falsare il gioco – non è bello ignorare un rigore contro le grandi solo per paura di inimicarsi la tifoseria. E se almeno nello sport certi vizi suscitano polemiche e indignazione, in musica si alimenta con tutta tranquillità l’inefficienza quando non la sclerosi del sistema.
Si dirà anche, per esempio: nessun critico è imparziale. Ah, certo. Come non lo sono gli arbitri. Ma da chiunque voglia ancora operare come “mediatore” tra la musica ed il pubblico – fosse anche solo l’amico che ti consiglia un disco piuttosto che un altro – ci aspetteremmo che lo faccia almeno attraverso la sua parzialità, e non con quella del più forte.

